Archivi Categorie: Non discriminazione, uguaglianza, integrazione e minoranze

Unione europea e Ungheria : verso un nuovo caso « Haider » ?

L’Ungheria pone a rischio i valori dell’Unione ?

“Il cambiamento che oggi abbiamo democraticamente determinato é comparabile solo a quelli che prima accompagnavano le rivoluzioni.(..) Gli Ungheresi hanno oggi dimostrato che bisogna credere alla democrazia.(…) Gli Ungheresi si sono oggi sbarazzati di un sistema di oligarchi abituati ad abusare le loro potere (…) Il nuovo governo sarà (tuttavia) modesto e umile..”.

Era solo il 25 aprile 2010 e queste frasi di Viktor Orban che festeggiavano i risultati delle elezioni che avevano attribuito al suo partito Fidesz più dei due terzi dei seggi in Parlamento risuonano oggi in modo ben diverso cosi’ come le previsioni di quanti vedevano in quella clamorosa vittoria elettorale l’occasione per la moneta ungherese di risollevarsi dalla crisi dalla quale il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea l’avevano a fatica salvata nel 2008.
Ora non solo le relazioni tra UE e IMF sembrano avere raggiunto il loro punto più basso (a giudicare dalla recente interruzione dei negoziati con le autorità monetarie ungheresi) ma preoccupazioni anche maggiori stanno emergendo a livello europeo quanto alla compatibilità di diverse iniziative del Governo Orban con la protezione dei diritti fondamentali e il rispetto dei principi democratici.
Cosi’ il Presidente del Gruppo Liberale al Parlamento europeo Verohfstadt ha recentemente dichiarato che l’Ungheria non sembra più rispettare i “valori” che aveva sottoscritto al momento dell’adesione all’Unione europea, (« valori » che il Trattato di Lisbona ha reso ancora più espliciti (1); da cio’, secondo Verohfstadt la necessità di debba attivare la procedura di « allerta » prevista dall’art. 7 par. 1 del Trattato UE (2).

E’ solo il caso di ricordare che questa procedura che puo’ essere avviata anche dallo stesso Parlamento europeo , é intesa a verificare se « .. esista un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori » fondanti dell’Unione europea ed, in caso affermativo, a permettere al Consiglio di indirizzare raccomandazioni formali al Paese che sta smarrendo la « retta via » cosi da permettergli di ritornare nei ranghi.
Non si tratta quindi di una « opzione nucleare » come molti vorrebbero far credere quanti la confondono con la procedura prevista dal secondo comma dello stesso articolo 7 che puo’ portare all’adozione di sanzioni politicamente pesanti come la sospensione del diritto di voto di un paese membro, ma questo solo quando il Consiglio abbia constatato « …l’esistenza di una violazione grave e persistente da parte di uno Stato membro dei valori » su cui si fonda l’Unione europea.

Eppure già il solo fatto di avere evocato il ricorso alla procedura « di allerta » ha già portato i gruppi politici del Parlamento europeo a schierarsi come già avvenuto in circostanze precedenti; il che renderà problematico l’avvio formale della procedura (3). Bisognerà quindi seguire il dibattito in aula e i lavori della commissione parlamentare competente (4) se questa sarà autorizzata dalla Conferenza dei Presidenti dei gruppi politici ad avviare la procedura, ma al di là dell’esito che sarà dato alla proposta del Presidente Verohfstadt, almeno per un osservatore esterno, non sono poche le ragioni di preoccupazione (e forse anche per molti cittadini ungheresi) che emergono dalle recenti iniziative ungheresi.

Tutelare il pluralismo in Ungheria ….

Il primo problema é quello della tutela del pluralismo e della libertà di espressione alla luce della recente normativa ungherese in materia. Già durante i lavori preparatori erano state sollevate forti riserve quanto ai poteri eccessivi riconosciuti al Garante a tutela di una informazione “equilibrata”, al carattere eccessivo delle multe per le emittenti operanti sul territorio ungherese, cosi come in materia di obblighi di registrazione e richieste di autorizzazione per i service providers o in materia di tutela della privacy. Questi ed altri aspetti erano stati discussi in presenza del Ministro ungherese dalla commissione parlamentare del Parlamento europeo ed in quella occasione la Commissaria Kroes si era impegnata ad ottenere dal governo ungherese le modifiche al progetto di legge all’esame del Parlamento nazionale.

Questo effettivamente avvenne, ma in taluni casi in misura solo formale, tanto che in fase di attuazione la legge è stata impugnata di fronte alla Corte Costituzionale Ungherese che il 19 dicembre scorso ne ha dichiarato la parziale illegittimità in particolare per le norme che imponevano ai giornalisti di rivelare le loro fonti. La Corte ha anche richesto che entro il 31 maggio 2012 sia abolita la figura del Garante, sia rimosso l’obbligo per la stampa di “rispettare la dignità umana” (almeno secondo la concezione definita dalla legge ungherese), e che le sue norme siano riscritte in un senso comaptibile con il rispetto della privacy.
Oltre al quadro normativo occorrerà anche verificare se la prassi seguita dalle autorità Ungheresi nei confronti delle emittenti che danno voce alle forze di opposizione sarà compatibile con gli standards europei che richiede che il rilascio delle licenze avvenga nel rispetto di procedure oggettive, trasparenti proporzionate e, soprattutto, non discriminatorie.

…ma anche nel resto dell’Unione Europea

E’ evidente che questo tipo di problemi non si pone solo nel paese magiaro ed a buon ragione il Parlamento europeo ha colto l’occasione del caso ungherese per rimettere in agenda la questione più ampia della protezione del pluralismo in Europa cosi’ da pervenire a definire degli standard di riferimento per gli Stati membri in modo da evitare il ripetersi di questi « incidenti”.

Il tema del pluralismo dei media era già stato sollevato dall’assemblea di Strasburgo in particolare con una risoluzione del 2004 quando prendendo spunto da una sentenza della Corte Costituzionale italiana che denunciava i rischi per il pluralismo in Italia il Parlamento europeo aveva sollecitato la riforma del sistema radiotelevisivo richesta dalla Corte (tradottasi poi nella Riforma Gasparri), aveva preso in considerazione anche la situazione negli altri 14 Stati membri e aveva sollecitato la Commissione a definire un quadro di riferimento in materia di pluralismo dei media nell’Unione europea.

Tuttavia l’esecutivo di Bruxelles si é mosse con estrema prudenza vuoi per ragioni istituzionali (visto anche lo scarso entusiasmo da parte degli stati membri in Consiglio e la strenua resistenza di una forte minoranza parlamentare rappresentata dal PPE) vuoi per ragioni giuridiche (difficoltà di trovare di trovare a quel tempo una base giuridica specifica nei trattati sulla quale costruire un intervento normativo).

Certo, rispetto al 2004 almeno sul piano giuridico la situazione é cambiata in quanto il pluralismo é citato ormai esplicitamente nei “valori” dell’Unione ed é ripreso dall’articolo 11 della Carta che é ormai vincolante alla stregua dei Trattati e deve quindi essere presa in considerazione dal legislatore europeo quale che sia la materia nella quale deve intervenire. Sarebbe quindi ora teoricamente possibile definire una strategia legislativa europea che permetta all’Unione di intervenire con misure vincolanti che proteggano il pluralismo anche attraverso una combinazione di basi giuridiche collegate fra loro specie quando il media cui ci si riferisce é per sua natura transnazionale (basti pensare al fenomeno di internet).

Per queste o per altre ragioni, il caso ungherese sembra avere finalmente risvegliato l’interesse della Commissione che ha deciso di costituire un gruppo di lavoro di più commissari e di rilanciare i lavori di una una road-map in materia di pluralismo che prevede tra l’altro la messa in opera di un sistema di monitoraggio su base europea ed ha recentemente chiesto all’Istituto Universitario europeo di Firenze di procedere a una valutazione oggettiva della situazione negli Stati membri(5).

La riforma costituzionale ungherese nel contesto dello spazio pubblico dell’Unione

Il secondo, forse ancor più grave, problema é rappresentato dalla revisione costituzionale adottata dal Parlamento ungherese e che contiene numerosi elementi di ambigua portata non solo nel testo costituzionale ma anche nella trentina di leggi quadro che dovrebbero metterlo in opera.
I primi dubbi sulla compatibilità della nuova Costituzione Ungherese sono venuti questa volta dalla commissione giuridica dell’assemblea del Consiglio d’Europa che ha chiesto a un’organismo di rinomati costituzionalisti (la « Commissione di Venezia ») una analisi del progetto di testo. Da questa analisi () che é stata presentata anche al Parlamento europeo sono emerse diverse riserve e sospensioni del giudizio in attesa dell’adozione delle leggi quadro da parte del Parlamento Ungherese.
Nelle sue conclusioni la Commissione di Venezia ha criticato:
– il ricorso a leggi quadro (Cardinal laws) da adottare alla maggioranza dei due terzi e cio’ per evitare di “cementificare” politiche in campo culturale, religioso, morale socio-economico o anche solo finanziario;
– la limitazione dei poteri della Corte Costituzionale in materia fiscale e di bilancio poteri ormai attribuiti a un Consiglio di Bilancio con rischi potenziali per il rispetto del principio democratico;
– il carattere relativamente generico delle norme relative all’ordine giudiziario che dovrebbe trovare la propria autonomia protetta a livello costituzionale;
– l’incompatibilità con gli standard internzionali e la giursprudenza europea delle norme in materia di reclusione a vita ;
– le formulazioni relativamente generiche e la debolezza del quadro di protezione a livello costituzionale dei diritti fondamentali.
La Commissione di Venezia non ha inoltre perso l’occasione di criticare i riferimenti nel preambolo della Costituzione, alla protezione delle minoranze ungheresi al di fuori del territorio nazionale in quanto possibile elemento di tensione nelle relazioni fra-stati (tema sul quale si era già pronunciata nel 2001 in occasione di una diatriba Hungaro-Romena relativa sullo stesso argomento).

Ora il Parlamento Ungherese ha a fine 2011 adottato le leggi quadro e la loro versione inglese é stata inviata anche ai servizi della Commissione che stanno ora esaminando la loro compatibilità con il diritto europeo. Sul finire del 2011 infatti sia la Vice Presidente della Commissione Reding aveva chiesto conto delle norme che riducevano drasticamente l’età del pensionamento dei giudici e di quelle che limitavano l’indipendenza dell’autorità nazionale per la protezione dei dati, sia il Presidente Barroso aveva cercato di ottenere la revisione delle norme che limitavano l’autonomia della Banca Centrale Ungherese (e cio’ in contrasto con l’articolo 130 del Trattato (TFUE).
Secondo la Commissione le prime valutazioni dovrebbero già essere annunciate nel corso del dibattito al Parlamento europeo della settimana prossima e non é neppure da escludere che la questione sia nuovamente dibattuta dall’assemblea del Consiglio d’Europa e che questa rilanci l’esame della leggi quadro da parte della Commissione di Venezia.

La procedura di allerta di cui all’art. 7 par.1 come strumento per il rafforzamento dello spazio pubblico comune ?

A questo punto é interessante notare la diversità di approccio seguita rispettivamente dalla Commissione e dal Parlamento a fronte della questione ungherese.

Mentre il Parlamento europeo, come é logico, tende a privilegiare il dibattito politico-istituzionale che gli offre la possibilità di prendere posizioni pubbliche in materia (si veda la risoluzione del 10 marzo 2011 in materia di pluralismo dei media in Ungheria) la Commissione preferisce non avventurarsi tra gli scogli del dibattito politico e quindi anche delle procedure previste dall’art. 7 del Trattato di cui pure ha riconosciuto l’utilità (e perfino evocato l’esistenza in occasione del dibattito sui voli della Cia sul sul continente europeo).

Alle procedure politico istituzionali l’esecutivo di Bruxelles preferisce l’approccio diplomatico e, quando inevitabile, quello pre-giurisdizionale cosi’ da poter in ultima istanza contare sull’intervento della Corte di Giustizia. In coerenza con questo approccio la Commissione si concentra sull’esame di casi specifici di cattiva attuazione/non attuazione di norme di diritto derivato europeo e solo in rarissimi casi con riferimento diretto a norme del Trattato o della stessa Carta (come si prospetta per la questione relativa all’autonomia della Banca Centrale Ungherese in ossequio all’art. 130 del TFUE).

Cosi’ facendo pero’ la Commissione evita di irritare gli Stati membri ma priva in definitiva i cittadini di quegli stati membri della tutela indiretta e complementare che loro deriva dallo status di cittadini di una Unione europea fondata su valori che il loro stato mette a rischio. Si puo’ ben capire che la ritrosia dell’esecutivo di Bruxelles derivi dalla difficoltà di mettere in causa la legittimità dell’azione di un Governo democraticamente eletto anche quando l’intervento esterno sia come nella procedura di “allerta” di “moral suasion” sotto forma di una o più raccomandazioni del Consiglio.
Probabilmente l’esecutivo di Bruxelles teme che cosi’ facendo l’Unione venga accusata di ingerenza negli affari interni e di violazione dell’obbligo di rispettare l’ «identità nazionale insita nella (loro) struttura fondamentale, politica e costituzionale” degli Stati Membri come sancito dall’art. 4 del TUE (6). Una simile paura sembra comunque eccessiva specie in una Unione europea che per definizione opera in un quadro di svranità condivisa e nel rispetto dei valori comuni ripresi dall’art 2 che perderebbero ogni credibilità se potessero essere posti a repentaglio con il pretesto della difesa dell’identità nazionale.

A trattenere la Commissione vi potrebbero anche essere ragioni di « realismo politico » secondo le quali il semplice annuncio della procedura di allerta determinerebbe una chiusura difensiva dello Stato in questione e quindi anziché favorire irrigidirebbe le rispettive posizioni allontanando l’obiettivo che si afferma di volere conseguire. A sostegno di questa tesi la Commissione puo’ ricordare il rapporto dei Saggi che aveva posto fine l’8 ottobre 2000 al caso Haider e che aveva proprio dichiarato « controproducente » l’iniziativa presa alcuni mesi prima dagli altri 14 stati membri. Questi avevano unilateralmente « ostracizzato il quindicesimo stato membro per il timore che il neo-Ministro Haider di cui erano state rese note alcune dichiarazioni di tenore xenofobo e razzista potesse bloccare i lavori su delle proposte legislative in materia di non-discriminazione per la cui adozione era richiesta ‘l’unanimità.

Anche questi argomenti non sembrano pero’ reggere all’esame dei fatti. Certo il periodo di « ostracismo » non fu politicamente una passeggiata (soprattutto per le autorità austriache) ma, guarda caso, rese possibile l’adozione in tempo di record (con il voto austriaco) delle prime due Direttiva in materia di lotta alle discriminazioni (Direttiva 2000/43 e Direttiva 2000/78 favori’ probabilmente il lavoro della Convenzione incaricata della redazione della Carta dei diritti fondamentali (con la partecipazione convinta della delegazione austriaca) e, last but not least, a livello nazionale una perdità di popolarità del partito di Haider e la sua uscita dal governo.

Cio’ detto é probabilmente una buona cosa che la Commissione lasci al Parlamento europeo la responsabilità del ricorso a questo tipo di procedura proprio perché il suo senso ultimo é il rafforzamento di uno spazio politico comune che trascenda le separazioni nazionali magari favorito da un rafforzamento delle “famiglie” politiche e dei partiti europei cui l’art. 10 del Trattato riconosce un ruolo specifico (7). In un simile contesto dove dovrebbe essere normale aiutarsi reciprocamente e non dovrebbe essere considerato un delitto di lesa maestà essere richiamati all’ordine dai compagni di strada.
Questo già avviene del resto senza drammi (anche se con qualche tensione) nell’ambito della cooperazione di Schengen della lotta al terrorismo e ben presto in misura ancora maggiore e permanente in materia economica e monetaria. Sotto questo profilo non sarebbe facilmente comprensibile che ai valori mobiliari fossero trattati più seriamente di come vengono trattati i valori della democrazia, della libertà di espressione e della dignità della persona.

La costruzione di una vera comunità politica fra i cittadini europei (visto che anche i cittadini ungheresi sono tali) dovrebbe quindi realizzarsi oltre che nel Parlamento nazionale anche nel Parlamento europeo la cui legittimità deriva dal voto diretto di tutti i cittadini che, secondo l’art. 9 del Trattato, devono beneficiare di uguale attenzione da parte di tutte le istituzioni dell’Unione.Cio’ detto é evidente che per avere successo la procedura di allerta deve svolgersi nel rispetto reciproco e non trasformarsi in un occasione di scontro al solo fine della visibilità politica. Se questo avvenisse non solo si perderebbe di vista l’obbiettivo ma di toglerebbe credibilità alla comunità di valori cui si afferma di ispirarsi.

Emilio DE CAPITANI

NOTE
(1) Trattato sull’Unione : Articolo 2 (in corsivo le inserzioni apportate dal Trattato di Lisbona)
L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.

(2) TUE Articolo 7
(ex articolo 7 del TUE)
1. Su proposta motivata di un terzo degli Stati membri, del Parlamento europeo o della Commissione europea, il Consiglio, deliberando alla maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare che esiste un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori di cui all’articolo 2. Prima di procedere a tale constatazione il Consiglio ascolta lo Stato membro in questione e può rivolgergli delle raccomandazioni, deliberando secondo la stessa procedura.
Il Consiglio verifica regolarmente se i motivi che hanno condotto a tale constatazione permangono validi.
2. Il Consiglio europeo, deliberando all’unanimità su proposta di un terzo degli Stati membri o della Commissione europea e previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare l’esistenza di una violazione grave e persistente da parte di uno Stato membro dei valori di cui all’articolo 2, dopo aver invitato tale Stato membro a presentare osservazioni.
3. Qualora sia stata effettuata la constatazione di cui al paragrafo 2, il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, può decidere di sospendere alcuni dei diritti derivanti allo Stato membro in questione dall’applicazione dei trattati, compresi i diritti di voto del rappresentante del governo di tale Stato membro in seno al Consiglio. Nell’agire in tal senso, il Consiglio tiene conto delle possibili conseguenze di una siffatta sospensione sui diritti e sugli obblighi delle persone fisiche e giuridiche.
Lo Stato membro in questione continua in ogni caso ad essere vincolato dagli obblighi che gli derivano dai trattati.
4. Il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, può successivamente decidere di modificare o revocare le misure adottate a norma del paragrafo 3, per rispondere ai cambiamenti nella situazione che ha portato alla loro imposizione.
5. Le modalità di voto che, ai fini del presente articolo, si applicano al Parlamento europeo, al Consiglio europeo e al Consiglio sono stabilite nell’articolo 354 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

(3) Il ricorso all’articolo 7 paragrafo 1 del Trattato é stato evocato anche in occasione dei lavori parlamentari sull’esistenza della rete Echelon (2000), dei voli della CIA sul territorio europeo (due iniziative convertite pero’ in due iniziative parlamentari sotto forma di due commissioni parlamentai temporanee) e in occasione dell’indagine sul rispetto del pluralismo in Europa e in particolare in Italia (convertita in una relazione di iniziativa adottata sempre nel 2004).
Il Parlamento europeo ha fatto riferimento all’art. 7 del Trattato anche in altre risoluzioni che censuravano il comportamento violento della polizia al G8 di Genova nel 2001, comportamenti omofobi o razzisti o gravemente discriminatori (es nel caso della popolazione ROM) da parte di membri dei Governi degli stati membri senza tuttavia avviare la procedura ordinaria per la difficoltà già citata di riunire i due terzi dei voti.

(4) Ai sensi dell’allegato VII del Regolamento interno del Parlamento europeo la commissione per le Libertà civili (LIBE) é competente per la procedura di “allerta” (art.7 p.1) mentre la commissione per gli affari costituzionali (AFCO) è competente in caso di sanzioni che possano privare lo stato membro del diritto di voto. Ai sensi del Trattato il Parlamento europeo puo’ prendere l’iniziativa solo nel caso della procedura di allerta e deve comunque votare con la maggiornaza dei due terzi che rappresentino almeno la maggioranza più uno dei membri.

(5)Taken from http://www.neurope.eu/article/commission-serious-about-media-pluralism: “The European Commission is establishing a Centre for Media Pluralism and Media Freedom in Florence with a €600,000 grant to the European University Institute’s (EUI) Robert Schuman Centre for Advanced Studies. Starting in December 2011, the centre will develop new ideas on how to ensure a highly diverse and free media, and work to enhance the quality of the reflection on media pluralism in Europe.(…) The Centre will carry out four specific activities: theoretical and applied research (working paper series, policy studies, observatory on media pluralism), debates, education and training activities (academic seminars, summer school) and dissemination of results and outcomes.”

(6) TUE Articolo 4
1. In conformità dell’articolo 5, qualsiasi competenza non attribuita all’Unione nei trattati appartiene agli Stati membri.
2. L’Unione rispetta l’uguaglianza degli Stati membri davanti ai trattati e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale, compreso il sistema delle autonomie locali e regionali. Rispetta le funzioni essenziali dello Stato, in particolare le funzioni di salvaguardia dell’integrità territoriale, di mantenimento dell’ordine pubblico e di tutela della sicurezza nazionale. In particolare, la sicurezza nazionale resta di esclusiva competenza di ciascuno Stato membro.
3. In virtù del principio di leale cooperazione, l’Unione e gli Stati membri si rispettano e si assistono reciprocamente nell’adempimento dei compiti derivanti dai trattati.
Gli Stati membri adottano ogni misura di carattere generale o particolare atta ad assicurare l’esecuzione degli obblighi derivanti dai trattati o conseguenti agli atti delle istituzioni dell’Unione.
Gli Stati membri facilitano all’Unione l’adempimento dei suoi compiti e si astengono da qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell’Unione.

(7) TUE Articolo 10
1. Il funzionamento dell’Unione si fonda sulla democrazia rappresentativa.
2. I cittadini sono direttamente rappresentati, a livello dell’Unione, nel Parlamento europeo.
Gli Stati membri sono rappresentati nel Consiglio europeo dai rispettivi capi di Stato o di governo e nel Consiglio dai rispettivi governi, a loro volta democraticamente responsabili dinanzi ai loro parlamenti nazionali o dinanzi ai loro cittadini.
3. Ogni cittadino ha il diritto di partecipare alla vita democratica dell’Unione. Le decisioni sono prese nella maniera il più possibile aperta e vicina ai cittadini.
4. I partiti politici a livello europeo contribuiscono a formare una coscienza politica europea e ad esprimere la volontà dei cittadini dell’Unione.

Annunci

Body Scanner: una soluzione efficace per dare una maggiore sicurezza percepita piuttosto che reale?

Molti paesi in tutto il mondo hanno già installato o stanno per installare body scanner negli aeroporti, incluso l’aeroporto  internazionale di Amsterdam Schiphol.

Molti politici provenienti da entrambe le parti dell’Atlantico vi si sono recati al fine di valutare sino a che punto tali provvedimenti siano proporzionali ed aumentino in modo reale la sicurezza negli aeroporti.

La tecnologia impiegata a Schiphol è stata accolta favorevolmente da diversi legislatori che hanno visitato l’aeroporto di persona. Per esempio, i tre senatori statunitensi Collins, Kyl e Chambliss hanno lodato i vantaggi della tecnologia usata in Schiphol in una lettera indirizzata al segretario del Department of Homeland Security Napolitano, sollecitando la presa in considerazione di tale teconologia negli aeroporti statunitensi.

Preoccupazioni sulla salute

La tecnologia impiegata dai body scanner nell’aeroporto di Amsterdam si basa sulle onde millimetriche ad alta frequenza senza l’uso di radiazioni ionizate. Tali frequenze sono appena sotto il livello della correlata “radiazione Terahertz ” (o “T-ray”) .

Mentre il digital journal riporta che l’ Health Canada considera che i body scanner siano sicuri,  il UK Health and Safety Executive ritiene che non esistano ancora prove sufficienti per garantire che l’esposizione alla radiazione Terahertz non abbia conseguenze sulla salute delle persone che vi si sottopongono. Tale punto di vista è ulteriormente condiviso da un progetto europeo in questo settore.

Perciò, la questione relativa agli effetti che i body scanner hanno sulla salute delle persone rimane tutt’altro che risolta e  richiede ulteriori studi.

Privacy

Per ciò che riguarda la privacy, i body scanner possono vedere attraverso gli indumenti dei passeggeri rivelando anche informazioni di natura delicata (trapianti, piercing…).

La lettera dei tre senatori però spiega che questo aspetto negativo possa essere ridotto attraverso l’uso di computer che possono identificare eventuali oggetti sospetti:

“l’identificazione da parte di computer permettere di individuare oggetti potenzialmente pericolosi evidenziando le parti della persona che li nascondono, in una sagoma stilizzata che non permette il riconoscimento della persona. Se il computer non riscontra alcun problema, l’immagine viene cancellata immediatamente. L’esame automatico svolto da un computer invece che da un ufficiale risolve i problemi relativi alla privacy “ (traduzione non ufficiale).

Anche se tale opzione sicuramente rappresenta un miglioramento rispetto al sistema precedente, non risolve di certo i problemi di privacy che i passeggeri si trovano a dover fronteggiare.

Specialmente se aggiunti al fatto che non esiste alcuna sicurezza sul fatto che le immagini vengano cancellate immediatamente anche se i produttori dei body scanner insistono sul fatto che i body scanner in commercio non abbiano la possibilità di salvare tali immagini.

Infine, queste macchine non hanno la capacità di identificare oggetti dentro il corpo.

Quindi, ancora una volta l’equilibrio tra efficacia e limitazione di diritti fondamentali come quello alla privacy non è dimostrato e perciò l’uso di body scanner negli aeroporti sembra più una misura per dare la percezione di una sicurezza maggiore piuttosto che un reale aumento della medesima.

LB

La sorveglianza dei confini esterni marittimi attraverso Frontex: La Commissione LIBE si oppone alla decisione della Commissione europea

La Commissione libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) si è opposta (12 a favore e 25 contro) alla Proposta per una decisone del Consiglio che integra il Codice Frontiere Schengen approvando la conseguente proposta per una soluzione nel contesto della cooperazione operazionale coordinata da Frontex.

L’Unione europea non ha una base legale che regola il controllo delle frontiere esterne marittime, le quali sono quindi regolate dal diritto internazionale. L’unico strumento che fornisce delle linee guida in rispetto alla sorveglianza dei confini esterni marittimi dell’area Schengen è il Codice comunitario relativo al regime di attraversamento delle frontiere da parte delle persone (Codice Frontiere Schengen) (entrato in vigore il 13 ottobre 2006).

Il Codice Frontiere Schengen non include un regolamento completo sul controllo delle frontiere marittime e questo crea molti problemi quando gli Stati membri sono coinvolti in operazioni via mare e soprattutto quando si tratta di portare avanti operazioni di salvataggio.

Quindi, il novembre scorso la Commissione ha suggerito di integrare il Codice Frontiere Schengen con le norme internazionali applicabili nel contesto del salvataggio via mare e lo sbarco degli individui nei porti sicuri. Al fine di garantire un trattamento giusto e equo a livello europeo durante tali operazioni, il coordinamento dovrebbe essere svolto da Frontex.

La base legale

La Commissione europea ha presentato e modificato il testo sotto forma di una proposta per una decisione del Consiglio che integra il Codice Frontiere Schengen in relazione alla sorveglianza delle frontiere esterne marittime coordinate da Frontex in base all’Articolo 5 a (4) (a) Decisione del Consiglio 1999/468/EC (comitologia).

Questa interpretazione permette una procedura legislativa più veloce rispetto a quella che dovrebbe essere seguita nel caso in cui tali cambiamenti modifichino in modo sostanziale il contenuto del Codice Frontiere Schengen.

Il Consiglio europeo ha seguito tale procedura approvando a maggioranza qualificata il 25 gennaio 2010 (con l’astensione di Malta e Italia), il progetto di decisione dividendolo in due parti:

1) regole per operazioni via mare coordinate dall’agenzia e

2) linee guida per la ricerca e salvataggio e sbarco nel contesto delle operazioni coordinate da Frontex.

Tale progetto è stato poi sottoposto al vaglio del Parlamento europeo, in particolare alla Commissione LIBE.

La risposta della LIBE

Base legale sbagliata

La maggioranza dei membri della LIBE ritiene che i cambiamenti apportati dalla Commissione modificano in modo sostanziale il contenuto del Codice Schengen e perciò la base legale del progetto di decisione non è corretta.

Il servizio giuridico del Parlamento europeo ha rilasciato una sua opinione a riguardo il 4 marzo 2010 concludendo che:

a) le misure proposte eccedono lo scopo dell’articolo 12(5) del Codice Schengen dato che non costituiscono “misure addizionali che governano il controllo (delle frontiere)” in generale. Bensì esse fanno riferimento a regole specifiche sul rafforzamento delle frontiere e /o rifiuto di ingresso alle frontiere esterne marittime, la cui adozione è limitata dalla legislazione in base all’articolo 18 del Codice Schengen. Le stesse conclusioni possono essere applicate mutatis mutandis al progetto relativo alle misure di ricerca, salvataggio e sbarco (traduzione non ufficiale);

b) gli obiettivi presentati dalla proposta della Commissione possono essere raggiunti solo attraverso l’adozione di uno strumento legislativo o attraverso l’emendamento del Codice Schengen o degli allegati.

In base alla maggioranza dei membri della LIBE, accettare tale progetto di decisione stabilirebbe un precedente pericoloso sulla base del quale la Commissione europea potrebbe in futuro presentare misure che eccedono i propri poteri.

Misure non vincolanti

Tale posizione non rappresenta un’opinione contraria sul contenuto e obiettivo della proposta. Al contrario. I membri della LIBE, considerano fondamentale la creazione di misure che regolino l’assistenza e il salvataggio in mare.

Quello che hanno contestato è il valore non vincolante delle linee guida, considerando come necessaria l’introduzione di una proposta legislativa con valore vincolante, o:

attraverso emendamenti alla

Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica del regolamento (CE) n. 2007/2004 del Consiglio che istituisce un’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea (Frontex)

o attraverso la emendamenti al Codice Schengen o indie attraverso una nuova proposta.

La risposta della Commissione

La base legale è corretta

Di fronte a tale premesse il Commissario Cecilia Malmström ha inviato una lettera alla Commissione LIBE ribadendo che tale progetto d decisione rientra a pieno nei poteri conferiti alla Commissione in base all’articolo 12(5) del Codice Schengen e che l’opinione del servizio giuridico del Parlamento europeo si basa sull’incomprensione della distinzione tra controllo di frontiera e vigilanza di frontiera.

La lettera spiega che lo scopo dell’iniziativa si limita allo stabilimento di regole che riguardano la condotta della sorveglianza delle frontiere nel contesto delle operazioni coordinate da Frontex,  perciò la proposta di decisione è in linea con l’articolo 12 (5) che infatti prevede la possibilità di introdurre misure  sulla base della comitologia.

Inoltre, durante il dibatto, la Commissione ha sottolineato che l’unica entità competente a decidere sulla correttezza della base legale è la Corte europea di giustizia mentre il ruolo del Parlamento è quello di prendere delle decisioni sulla base della valutazione politica.

Le linee guida hanno una natura vincolante

La Commissione europea ha anche sottolineato che il principio di non-refoulement è pienamente applicabile dato che le linee guida hanno valore vincolante.

Una minoranza dei Membri della LIBE a sostegno della proposta della Commissione, incluso il relatore (che si è ritirato da questa nomina) ha presentato una diversa argomentazione a supporto della posizione della Commissione.  E’ stato sottolineato che tale approvazione non creerà nessun tipo di precedente e che rifiutando tale proposta il Parlamento da maggior valore ad un aspetto tecnico di tipo legale invece che a quello umanitario. Parafrasando le parole del relatore Cashman, tale decisione avrebbe permesso l’approvazione rapida di misure che avrebbero obbligato gli Stati membri a sottostare a regole di assistenza e salvataggio quando coinvolti in operazioni di sorveglianza in mare.

Conclusione

La mozione di risoluzione del Parlamento non ha raggiunto la maggioranza necessaria in plenaria.

Tali proposte potrebbero ora far parte del dibattito sulla modifica del mandato Frontex al momento in fase di negoziazione al Consiglio europeo.

LB

Piano d’azione sul piano di Stoccolma pubblicato da Statewatch

European Commission: Stockholm Programme: Statewatch Analysis: Action Plan on the Stockholm Programme: A bit more freedom and justice and a lot more security (pdf) by Tony Bunyan: “The “harnessing of the digital tsunami” as advocated by the EU Future Group and the surveillance society, spelt out in Statewatch’s “The Shape of Things to Come” is embedded in the Commission’s Action Plan as it is in the Stockholm Programme….There is no mention of the European Security Research Programme (ESRP). Much of the technological development is being funded under the 1.4 billion euro security research programme. See: Statewatch/TNI report: Neoconopticon: EU security-industrial complex.
Statewatch Briefing: European Commission: Action Plan on the Stockholm Programme (pdf) Comments by Professor Steve Peers, University of Essex – Full-text: Communication from the Commission: Delivering an area of freedom, security and justice for Europe’s citizens Action Plan Implementing the Stockholm Programme (COM 171/2010, pdf)

http://www.statewatch.org/



Taglio alla burocrazia: semplificazione della procedura di richiesta per permessi di soggiorno e lavoro nell’UE di cittadini dei paesi terzi

Oggi 22 febbraio 2010 la Commissione LIBE del Parlamento europeo condurrà un voto orientativo sulla ‘Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che stabilisce un’unica procedura per un unico permesso di soggiorno per i cittadini di Paesi terzi che soggiornino e lavorino in uno Stato membro e su un elenco di diritti comuni per i lavoratori di Paesi terzi regolarmente soggiornanti in uno Stato membro’.

Lo scopo di tale direttiva è di permettere ai cittadini di Paesi terzi di fare domanda attraverso un’unica procedura per un permesso per risiedere e lavorare in un paese membro. Un altro obiettivo è di garantire ai cittadini dei paesi terzi gli stessi diritti garantiti ai cittadini dei paesi membri nel coso in cui tale permesso venga accordato. La direttiva però non interviene sulle competenze degli stati membri nel decidere a chi concedere l’accesso ai propri mercati di lavoro.

Questa direttiva si concentra sui cittadini  e non solo sui lavoratori dei paesi terzi, a differenza della precedente.

La definizione di cittadino di un paese terzo in base alla direttiva corrisponde a:

” qualsiasi persona che non è un cittadino dell’Unione in base all’Articolo 20(1) del trattato sul Funzionamento dell’Unione europea”. (traduzione non ufficiale).

La direttiva si applicherà a tutte le persone che hanno fatto domanda di lavoro in uno Stato membro o che sono state ammesse per altre ragioni, ma hanno il diritto di lavorare in uno Stato membro.

Ciò detto, esiste una serie di circostanze in base alle quali gli Stati membri possono evocare l’inapplicabilità della Direttiva nei confronti dei cittadini di paesi terzi. Tali circostanze includono la situazione dei membri della famiglia del cittadino del paese terzo sia che siano essi cittadini dell’UE o che abbiano accesso agli stessi diritti conferiti ai cittadini dell’UE. I cittadini dei paesi terzi vengono anche esclusi dai provvedimenti di tale direttiva se sono lavoratori stagionali o au-pair, lavoratori in proprio o marinai. Infine anche coloro che stanno aspettando o a cui è stata garantita protezione internazionale non rientrano nelle competenze della direttiva. L’aggiunta dei marinai e dei lavoratori in proprio rappresenta un’altra novità rispetto alla direttiva del 2007.

Inoltre, gli stati membri possono ora decidere di escludere, dagli articoli 4 e 10, coloro a cui è stato garantito un permesso di soggiorno inferiore ai 6 mesi e agli studenti. Nella direttiva precedente tale esclusione era limitata ai lavoratori stagionali, ma ora si estende a qualsiasi lavoratore a cui è stato garantito un permesso di 6 mesi. Questo lascia aperta la possibilità ai cittadini di paesi terzi di ricevere rinnovi continui di permessi di 6 mesi ma nessun vero accesso alla direttiva e al permesso unico.

Coloro che non vi hanno accesso, possono ad ogni modo beneficiare di una procedura semplificata che può essere lanciata individualmente o dal datore di lavoro. Il risultato è una procedura unica e l’emissione di un permesso singolo che include sia il permesso di soggiorno che di lavoro. Questo però non elimina l’obbligo di visto, che può ancora essere richiesto nel momento dell’ingresso iniziale in un paese membro.

La direttiva detta inoltre una serie di regole per ciò che riguarda il trattamento di coloro che fanno richiesta per il permesso e la questione della responsabilità. Gli stati membri devono designare un’autorità competente per la valutazione e supervisione delle procedure inerenti le domande di permesso. Tale autorità è anche responsabile per l’adozione a decisione entro 4 mesi dall’emissione della richiesta di soggiorno. Esiste un’eccezione a questi 4 mesi. Se l’esame della domanda risulta particolarmente difficile la scadenza può essere estesa. Inoltre, se il richiedente non fornisce tutti i documenti necessari, l’autorità deve notificare a tale persona quali informazioni sono necessarie al fine di poter procedere con la richiesta e di soggiorno assieme alle scadenze. In questo caso la scadenza dei 4 mesi può essere sospesa sino a ricevuta dei documenti.

Come affermato precedentemente, la direttiva fornisce la possibilità di rendere responsabile un’autorità per l’esame della richiesta di soggiorno. Se una domanda viene rifiuta, il richiedente deve in primo luogo essere notificato e deve essere informato sui suoi diritti di ricusare tale decisione dello stato membro che ha rifiutato la sua domanda.

Al contrario, gli stati membri possono semplicemente considerare una domanda inammissibile (perciò’ non procedere con la richiesta)´in base al volume delle ammissioni a scopo lavorativo di cittadini di paesi terzi. In questo caso non esiste l’obbligo di informare il cittadino sullo status della sua domanda. Nonostante ciò, considerando il fatto che una  persona può aspettare 4 mesi per la possibilità di ricevere una risposta, sembra ragionevole notificare la persona, anche nel caso in cui non si proceda con la richiesta. Anche se tale misura non viene esplicitata, non esiste alcun limite per gli Stati membri d’adottare tale misura in base all’Articolo 13 che stabilisce” la direttiva non limita il diritto dello Stato membri di adottare o mantenere dei provvedimenti che sono in favore delle persone a cui si applicano” .

Ad ogni modo, quando il permesso viene garantito in base alla direttiva, le persone avranno diritto ad accedere a tutto il territorio dello Stato membro in cui risiede. Essi beneficeranno inoltre del’Articolo 12(1) che ha lo scopo di garantire gli stessi diritti dei cittadini UE ai cittadini dei paesi terzi. Tali diritti includono la copertura socio-sanitaria, la condizioni di lavoro, inclusi: sanità, sicurezza a salario, libertà di associazione, affiliazione a organizzazioni che non costituiscano un ostacolo alla sicurezza nazionale, servizi di formativi e accesso a beni e servizi incluse le procedure per l’alloggio.

L’articolo 12, che garantisce uguali diritti ai cittadini dei paesi terzi rispetto a quelli garantiti ai cittadini dell’UE, è seguito dai paragrafi (2) e (3) che prevedono la clausola di opt-out per gli stati membri. Ad esempio, l’articolo 12.1 (f) stabilisce che “accesso ai beni e servizi e l’approvvigionamento di servizi disponibili al pubblico, inclusi procedure per avere accesso all’alloggio come previsto dalla legislazione nazionale”. Questo paragrafo non limita le libertà di contratto previste dalla legislazione nazionale e europea”. Però, l’articolo 12.2 afferma che gli stati membri possono limitare il trattamento paritario dei cittadini dei paesi terzi in base al paragrafo 1 (f) sull’alloggio. Infine, l’articolo 12.3 enfatizza che il diritto ad un trattamento paritario non limita la possibilità degli stati membri di “ritirare, rifiutare” i permessi.

Infine, la direttiva permette di mantenere una procedura di valutazione costante attraverso la distribuzione di relazioni da parte della Commissione ed una comunicazione annuale da parte degli stati membri sulla quantità di permessi di soggiorno assegnati. L’obbligo di mantenere tale dialogo fa si che la direttiva possa evolvere e migliorare sulla base dei cambiamenti sociali.

Mahini

Full-body scanner: rischio di violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani

Il fallito attentato al volo per Detroit del 25 dicembre scorso ha confermato le debolezze nel sistema di sicurezza nel trasporto aereo. Di conseguenza ha preso piede a livello globale un rinnovato interesse nei confronti dell’introduzione dei full-body scanner.

I full-body scanner creano un’immagine del corpo che mostra la superficie della pelle e rivela oggetti presenti sul e non dentro il corpo. L’identificazione personale non è possibile e l’immagine non viene memorizzata. Le due tecnologie principali che vengono utilizzate sono: backscatter (che si basa su raggi x a bassa intensità) e onde millimetriche (che usa radio frequenze non-ionizzate).

Queste tecnologie sono in grado di identificare oggetti considerati pericolosi e rivelare informazioni personali di natura riservata, come questioni inerenti allo stato di salute.

Perciò, al fine di capire se tale misura debba essere introdotta, le seguenti tre condizioni devono essere rispettate:

  • Legittimità: deve esistere la base legale che preveda restrizioni ai diritti degli individui. L’obiettivo dei full-body scanner deve essere legittimo e coerente con i principi e valori dell’Unione europea. Inoltre, tale introduzione deve prevedere disposizioni tese alla salvaguardia dei diritti e libertà degli individui;
  • Rispettare il principio dello stato di diritto: le condizioni che permettono la restrizione dei diritti summenzionati deve essere prevista per legge. Quest’ultima deve essere accessibile a tutti gli individui coinvolti e sufficientemente precisa da poter permettere a tali persone di capire la portata della misura e le conseguenze che le sue azioni possono avere al fine di non violare la normativa. Inoltre deve proteggere l’individuo da azioni di carattere arbitrario;
  • Proporzionalità: l’uso di full-body scanner deve essere proporzionale allo scopo perseguito così da poter essere considerato necessario.

Legittimità

A livello europeo, la base legale per l’attuazione dei full-body scanner si trova nel Regolamento (CE) 300/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio. Tale regolamento ha l’obiettivo di proteggere persone e beni all’interno dell’Unione europea prevenendo atti di natura illegale nei velivoli civili. Tali azioni possono includere lo screening delle persone prima che entrino le aree di sicurezza negli aeroporti e a bordo degli aeroplani. L’uso di body-scanner sembra pertanto che rientri nel quadro d’azione del regolamento.

Nonostante ciò, il fatto che i full-body scanner non possano esaminare cosa c’è all’interno del corpo umano e, a detta degli esperti, non possano neanche identificare plastica, sostanze chimiche e liquide, riduce molto la loro efficacia.

Inoltre, il Parlamento europeo ha messo in dubbio l’esistenza stessa di una base legale valida per l’attuazione di una misura di tale portata. Nel suo Rapporto non-legislativo sull’impatto che l’uso dei body scanner nel campo della sicurezza nel settore dell’aviazione ha sui diritti umani, la privacy, la dignità personale, la salute e la protezione dei dati il Parlamento ha affermato che:

“questo progetto  può eccedere i poteri di attuazione previsti nello strumento base dato che la misura in questione non può essere considerata una semplice misura tecnica legata alla sicurezza nel settore dell’aviazione, ma ha un impatto di portata considerevole sui diritti fondamentali dei cittadini.” (Traduzione non ufficiale).

Il ragionamento del Parlamento si basa sulla constatazione del fatto che la Commissione ha proposto un progetto di regolamento a completamento degli standard base comuni nel settore dell’aviazione civile. Tale completamento prevede per l’appunto l’inclusione dei body scanner. E’ possibile percio’ dedurre che inizialmente i body scanner non erano inclusi negli standard comuni previsti dal regolamento.

Ad ogni modo, anche nel caso in cui esistesse effettivamente una base legale tale da permettere questo tipo di controlli, il fatto che i full-body scanner non possano identificare materiale potenzialmente illegale, pone seri dubbi sulla loro legittimità e proporzionalità.

Proporzionalità

Le autorità europee responsabili per la protezione dei dati hanno enfatizzato la portata sulla privacy che i full-body scanner hanno ed hanno perciò rimarcato il bisogno di trovare il giusto equilibrio tra la loro necessità e l’intrusione che deriva dalla loro introduzione.

Al fine di ridurre la natura invasiva dei full-body scanner, il Privacy Impact Assessment of the Homeland Security suggerisce che i passeggeri possano scegliere  modi alternativi di controllo. A questo riguardo il gruppo di lavoro sulla protezione dei dati ha affermato che “rendendoli volontari si mette a repentaglio la ragione stessa della loro esistenza”.

Ciò detto, come il Garante europeo per la protezione dei dati a correttamente sottolineato, l’invasività di tale misura dipenderà da come, dove, quando, con quali procedure essi verranno installati ed anche da quali garanzie verranno stabilite a protezione degli interessi delle persone.

L’assenza di salvaguardie, tali da permettere verifiche sui controlli attuati, significa che le autorità non sono in grado di verificare se le persone monitorate vengono selezionate in modo discriminatorio sulla base della propria etnia, religione, genere, età, orientamento sessuale o disabilità, come gli avvocati di Matrix Chamber hanno affermato (Matrix Chamber è una organizzazione del Regno unito  che raccoglie avvocati di varie discipline e che è stata ingaggiata dalla Commissione indipendente per la promozione dei diritti e dell’uguaglianza per valutare l’impatto che i body scanner hanno in questi settori).

Inoltre, questa intrusione deve essere considerata assieme all’impatto che i raggi x dei body scanner backscatter possono avere sulla salute degli individui sottoposti a tali controlli. Secondo il Dott. James Thrall dell’American College of Radiology e capo radiologia del Massachusetts General Hospital a Boston, il livellio di radiazioni è molto più basso del limite considerato pericoloso per la salute. Nonostante ciò, ulteriori valutazioni sono auspicabili al fine di confermare o meno questi primi risultati.

Pieno rispetto dello stato di diritto

Ammesso e non concesso che le prime due condizioni possano essere soddisfatte nonostante le carenze summenzionate, rimane ancora un terzo aspetto non negoziabile che i legislatori devono prendere in considerazione  quando valutano la possibilità di introdurre i full-body scanner: il rispetto per lo stato di diritto.

In base a questo principio, le decisioni devono essere prese applicando i principi di diritto, senza alcuna discrezione nella loro attuazione e procurando la salvaguardie necessarie contro interventi arbitrari.

Tali salvaguardie sono indicate in diversi strumenti, inclusi l’articolo 8 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, gli articoli 7 e 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea così come dettagliata dalla Direttiva 95/46/EC.

Oltre a questi strumenti, in base alla Convenzione per la protezione degli individui sull’elaborazione automatica dei dati , le parti contraenti devono attuare i principi da essa sanciti al fine di assicurare il rispetto dei diritti fondamentali degli individui per ciò che la riguarda la protezione dei loro dati sul loro territorio.

Quindi la prima domanda a cui rispondere riguarda la conformità dell’introduzione dei full-body scanner con tali provvedimenti.

In base a Matrix Chamber, tale introduzione “probabilmente viola l’articolo 8 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” (traduzione non ufficiale).

Gli avvocati di Matrix Chamber ricordano che nel caso S and Marper v United Kingdom, la Corte europea per i diritti umani constatò che la mera conservazione dei dati inerenti la vita privata di una persona corrisponde ad un’infrazione del l’Articolo 8 e che il concetto di “vita privata”  copre l’integrità fisica e psicologica di una persona ed include il diritto alla propria immagine (Sciacca v. Italy).

Quindi, in base a tale ragionamento, l’uso di tali scanner crea un’invasione della privacy tale da  non essere in conformità con il diritto, così come richiesto dall’articolo 8(2) e il relazione al quale non esiste ancora un sistema che preveda l’esonero dallo screening.

Al fine di ridurre al minimo l’intrusione dei full-body scanner, la valutazione fatta dall’Homeland Security prevede che l’ufficiale responsabile per il controllo delle immagini sia lontano dalla persona controllata.

Tuttavia,  il livello d’intrusione varierà da un lato dal  contesto culturale e personale di ogni individuo e, dall’altro dalle caratteristiche tecniche degli scanner.

Inoltre, anche se è vero che i passeggeri rinunciano al proprio diritto alla privacy nella misura necessaria a mantenere la sicurezza al momento dell’acquisto del biglietto, non tutte le rinunce a tale diritto sono automatiche.

Informazioni chiare e comprensive sui body scanner devono essere date agli individui quando acquistano il biglietto e modalità alternative di controllo devono essere previste per coloro che rifiutano di passare sotto il controllo de i full-body scanner. In questo caso però, come è stato già ribadito precedentemente, ci si può chiedere sino a che punto i body scanner siano utili una volta che diventano una misura volontaria.

Nonostante il rischio di violare il diritto alla privacy e i principi di anti-discriminazione, gli Stati Uniti supportano l’introduzione dei full-body scanner negli aeroporti europei e tale richiesta è state accolta favorevolmente dal coordinatore europeo sull’antiterrorismo Gilles de Kerchove.

Al contrario, i membri dell’Unione europea hanno ancora dubbi a riguardo. Mentre durante un incontro informale dei ministri degli interni con il capo dell’Homeland Security che si è tenuto il 21 gennaio 2010 a Toledo, Spagna e Germania hanno espresso delle riserve, la loro controparte responsabile per i trasporti che si è incontrata a La Coruña venerdì 12 febbraio sembra più incline all’introduzione di tale misura.

La Commissione europea pubblicherà nel mese di aprile una relazione che risponderà a tutti i quesiti esposti in questa analisi. In base a tale relazione il Consiglio Trasporti adotterà poi una posizione comune.

Le legittime ragioni alla base del’introduzione dei full-body scanner possono essere considerate proporzionali se esiste un equilibrio tra il livello di intrusione e il valore aggiunto che essi portano in termini di sicurezza per i passeggeri. L’uso dei full-body scanner non va contro la legge europea sulla protezione della privacy. Ciò detto, una cosa rimane il fatto che essi siano attuabili, tutt’altra cosa è la loro auspicabilità.

LB

Riprende il suo accidentato cammino la Direttiva anti-discriminazioni

La Commissione Libertà Pubbliche del Parlamento europeo ha ripreso il 4 Febbraio scorso con la nomina a relatore del deputato Raúl Romeva I Rueda (ES del gruppo Verde) i lavori sul progetto di Direttiva che dispone il principio di parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale . Il testo aveva già fatto l’oggetto di un voto del Parlamento nella scorsa legislatura su relazione della deputata Kathalijne Buitenweg.

Nel frattempo non é cambiata solo la legislatura, é anche entrato in vigore il Trattato di Lisbona che ha rafforzato il ruolo dell’Unione in materia di lotta alle discriminazioni. Basterà ricordare:
– l’Art. 2 TUE “..L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.”
– l’ Art. 3 (3) 2al. TUE “L’Unione combatte l’esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore.”
Articolo 9 TUE :“L’Unione rispetta, in tutte le sue attività, il principio dell’uguaglianza dei cittadini, che beneficiano di uguale attenzione da parte delle sue istituzioni, organi e organismi. È cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro. La cittadinanza dell’Unione si aggiunge alla cittadinanza nazionale e non la sostituisce.
– l’Art. 10 TFUE “Nella definizione e nell’attuazione delle sue politiche e azioni, l’Unione mira a combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale.” (*)

La disposizione chiave é pero’ l’ articolo 19 del TFUE che ha sostituito l’art. 13 (**) del “vecchio” Trattato CE che permette al Consiglio, una volta ottenuto l’accordo del Parlamento, di “…prendere i provvedimenti opportuni per combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale.” Si tratta di una procedura legislativa “speciale” per la quale é richiesta l’unanimità degli Stati membri e che in linea di principio non permetterebbe al Parlamento di modificare il testo che il Consiglio intende adottare.

Le difficoltà per il Parlamento europeo non derivano pero’ dalla procedura in quanto già in altre occasioni ha ottenuto lo stesso risultato di emendamenti formali attraverso l’adozione di “raccomandazioni” con le quali condizionare il proprio accordo formale all’adozione del testo da parte del Consiglio. Il fatto é che questa dinamica puo’ attivarsi solo se il Consiglio (in questo caso all’unanimità) intende adottare un testo.
Ora, il meno che si possa dire é che sui temi della lotta alle discriminazioni l’attitudine degli Stati Membri é tutto meno che entusiasta.
Continua a leggere

Dodici paesi europei propongono un “Ordine di protezione europeo” per le donne vittime di violenze

La Commissione delle libertà pubbliche del Parlamento europeo esaminerà questa settimana una interessante proposta di direttiva presentata in applicazione del Programma di Stoccolma e su impulso della nuova presidenza del Consiglio spagnola da dodici paesi dell’Unione (Belgio, Bulgaria, Estonia, Francia, Italia Ungheria, Polonia, Portogallo, Romania, Finlandia e Svezia) nel quadro delle misure di cooperazione giudiziaria in campo penale. Si tratta della proposta di un’“Ordine di protezione europeo” a tutela in particolare delle donne vittime di violenza nel proprio paese, affiché possano godere di una misura legale di protezione anche quando si trasferiscano in un altro paese membro dell’UE.

Come previsto dal Trattato la proposta é corredata di una motivazione intesa a giustificare il rispetto dei principi di proporzionalità e sussidiarietà e dalle risposte degli Stati membri a un questionario dal quale emerge la situazione legale attualmente in vigore negli Stati interessati.

Secondo la proposta di direttiva lo Stato membro in cui la persona si trasferisce deve riconoscere “senza indugio” come “ordine di protezione europeo” la misura di protezione che nello stato d’origine imponga “…alla persona che determina il pericolo uno o più dei seguenti obblighi o divieti:
a) divieto di frequentare determinate località, determinati luoghi o zone definite in cui la persona protetta risiede o che essa frequenta;
b) obbligo di rimanere in un luogo determinato, eventualmente in ore stabilite;
c) restrizioni del diritto di lasciare il territorio dello Stato di emissione;
d) obbligo di evitare contatti con la persona protetta; oppure
e) divieto di avvicinarsi alla persona protetta entro un perimetro definito.”
Il provvedimento di protezione ovviamente non deve pregiudicare “.. l’obbligo di rispettare i diritti fondamentali e i principi giuridici fondamentali sanciti dall’articolo 6 del TUE” (art 3) ed é emesso da un’autorità giudiziaria o da altre autorità eventualmente competenti in base alla legislazione nazionale dello Stato di emissione o dello stato richiesto.

Secondo l’art. 6 della proposta l’ordine di protezione europeo, tradotto nella lingua dello Stato di esecuzione, deve contenere tutti gli elementi necessari a individuare la persona protetta, una sintesi dei fatti e delle circostanze che hanno portato all’imposizione della misura di protezione nello Stato di emissione (se del caso, indicazione esplicita che una sentenza ai sensi dell’articolo 2 della decisione quadro 2008/947/GAI o una decisione sulle misure cautelari ai sensi dell’articolo 4 della decisione quadro 2009/829/GAI) nonché gli obblighi o divieti imposti alla persona che determina il pericolo, e l’indicazione esplicita che la loro violazione costituisce reato in base alla legge dello Stato di emissione o può altrimenti essere punita con una pena privativa della libertà.

La proposta di Direttiva riconosce all’autorità del paese di esecuzione la facoltà di rifiutare di riconoscere un ordine di protezione europeo nelle seguenti circostanze:
a) l’ordine di protezione europeo è incompleto o non è stato completato entro il termine stabilito dall’autorità competente dello Stato di esecuzione;
b) le condizioni di cui all’articolo 2, paragrafo 2, non sono state soddisfatte;
c) la protezione deriva dall’esecuzione di una sanzione o misura coperta da amnistia in conformità della legislazione dello Stato di esecuzione e si riferisce ad un atto che rientra nella sua competenza in conformità di detta legislazione;
d) la legislazione dello Stato di esecuzione prevede l’immunità per la persona che determina il pericolo, rendendo così impossibile l’adozione di misure di protezione.

Per quanto riguarda il calendario possibile di esmae della proposta questa figura tra le priorità della Presidenza Spagnola che cercherà di ottenere il sostegno del Parlamento europeo in vista di una rapida adozione (come in altri casi) in occasione della prima lettura.

In tale caso sarà sufficente ottenere la maggioranza qualificata in Consiglio e la maggioranza semplice dei votanti in Parlamento. Anche i Parlamenti nazionali potranno intervenire per segnalare la loro eventuale opposizione nel caso ritenessero che la proposta non rispetti i criteri di sussidiarietà.

Infine last but not least anche la Commissione potrà dire la sua nel corso del procedimento legislativo ma non potrà pero’ legare il Consiglio alla propria posizione come quando presenta lei stessa la proposta legislativa (in tali situazioni il Consiglio puo’ allontanarsi dalla proposta della Commissione soltanto all’unanimità e cio’ a tutela del diritto di inziativa di una istituzione che viene descritta come la “guardiana dei trattati”).
EDC

I nuovi poteri della Corte di giustizia dopo il Trattato di Lisbona

Di sicuro interesse per gli operatori del diritto e per gli stessi cittadini il Comunicato stampa, diffuso il 30 novembre scorso, con il quale la Corte di Giustizia () ha richiamato in modo chiaro ed essenziale le importanti innovazioni apportate dal Trattato di Lisbona alle competenze della Corte.

Eccone qui di seguito il testo.

Il Trattato di Lisbona e la Corte di giustizia dell’Unione europea

Il Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2007, dai 27 capi di Stato e di governo degli Stati membri dell’Unione, entra in vigore il 1° dicembre 2009. Esso modifica i due Trattati fondamentali che sono il Trattato sull’Unione europea e il Trattato che istituisce la Comunità europea (TUE), quest’ultimo d’ora in avanti denominato “Trattato sul funzionamento dell’Unione europea” (TFUE)(1). Il Trattato di Lisbona apporta modifiche quanto all’organizzazione e alle competenze della Corte di giustizia dell’Unione europea.

Continua a leggere