Archivio autore: Leda Bargiotti

Unione Europea e segreto di stato: un quadro normativo ancora in piena evoluzione

In questi tempi in cui si moltiplicano i dibattiti sul trattamento delle informazioni confidenziali e del regime del segreto di Stato tanto negli Stati Uniti (1) quanto in Italia (2) o la stampa si interroga sul fenomeno di WikiLeaks può essere interessante fare luce sul modo in cui sono trattate le informazioni confidenziali dalle istituzioni dell’Unione Europea soprattutto dopo l’entrata in vigore dei Trattati sull’Unione, sul Funzionamento dell’Unione e della Carta dei Diritti fondamentali (divenuta ormai grazie al Trattato di Lisbona  vincolante quanto i Trattati stessi).

Certo nel caso dell’Unione europea non si può tecnicamente parlare di “segreto di stato” in quanto questa rimane una Organizzazione internazionale abilitata dai propri Stati membri ad intervenire solo nelle materie e perseguendo gli obbiettivi previsti dai Trattati istitutivi (3). Resta tuttavia il fatto che l’ordinamento dell’Unione copre ormai competenze così estese ed ha ormai sviluppato  una relazione così diretta tra istituzioni e  cittadini europei che le esigenze di trasparenza e “political accountability” si pongono ormai nell’Unione in termini almeno analoghi a quelli presenti in uno qualunque dei suoi stati membri.

Si potrebbe anzi considerare che a livello europeo queste sono ancora più stringenti poiché non incidono solo sugli atti delle istituzioni europee ma su quelli degli stessi stati membri quando agiscono nel quadro e nell’interesse dell’Unione.

Ora, l’interazione fra livello nazionale ed europeo é divenuta talmente stretta e quotidiana che diventa sempre più difficile far convivere trattamenti differenziati a livello nazionale ed europeo anche se la stessa informazione può avere un impatto sostanzialmente diverso a Bruxelles piuttosto che a Parigi o a Roma. Certo, in teoria “…nessuno Stato membro è tenuto a fornire informazioni la cui divulgazione sia dallo stesso considerata contraria agli interessi essenziali della propria sicurezza;” (art. 346 del TFUE già art. 296 del TCE) ma nella realtà dei fatti questa riserva é quasi impossibile da sollevare pena il rischio di essere accusati dagli altri Stati o dalle stesse istituzioni di violare il principio di leale cooperazione (art. 4 TUE) a sua volta pilastro dell’ordinamento europeo. Questa situazione ha da sempre determinato un certo nervosismo da parte delle amministrazioni nazionali preoccupate dei possibili contraccolpi a livello interno della diffusione a livello europeo di informazioni più o meno accessibili a livello nazionale.

Ora, finché i lavori delle istituzioni europee erano coperti dal segreto professionale il rischio di fughe di notizie e di un impatto indesiderato a livello nazionale durante la fase di definizione delle misure europee era minimo.

I problemi  legati a un diverso trattamento delle informazioni a livello nazionale ed europeo sono invece emersi, paradossalmente, con il processo di democratizzazione delle istituzioni europee che ha accompagnato l’allargamento delle competenze a Maastricht e, soprattutto, ad Amsterdam quando si é riconosciuto all’accesso ai documenti di Parlamento, Consiglio e Commissione (art. 255 TCE) lo statuto di diritto fondamentale dei cittadini europei.

Ora, almeno in teoria  un diritto fondamentale non potrebbe subire che le eccezioni previste dalla legge (4) ma le norme applicative dell’art. 255 (il Regolamento CE 1049/01) non definiscono ancora oggi un regime coerente in questa delicata materia. Storicamente queste difficoltà sono più che comprensibili visto che il Trattato di Amsterdam ha costituito una rivoluzione copernicana rispetto ai quarant’anni precedenti nel corso dei quali la trasparenza era l’eccezione e la regola era il negoziato burocratico diplomatico. Di più, non si trattava solo di ribaltare un metodo di lavoro nelle istituzioni ma anche mediare tra due i culture giuridiche differenti che separavano (e ancora oggi separano) alcuni paesi in particolare del nord Europa più favorevoli alle esigenze della trasparenza e alcuni paesi del sud per i quali la trasparenza deve sottomettersi alle esigenze dell'”efficienza del processo decisionale”(5).

Queste conflitto irrisolto si riflette nel regolamento 1049/01 che regola due diversi regimi uno generale ed uno speciale.

Quello generale fa della trasparenza e del diritto di accesso la regola cui si puo’ derogare alle sole condizioni previste dall’art. 4 e comunque svincolandosi dalla volontà dell’autore che abbia sottoposto un documento classificato alle istituzioni stessa (sia esso un altra istituzione,  un privato, uno stato membro o uno stato terzo). La ratio della soppressione della “regola dell’autore” come confermato anche successivamente dalla Corte (6) é evidentemente quella di evitare che alle eccezioni previste per legge se ne possano aggiungere discrezionalmente altre (7) che avrebbero per effetto di rendere aleatoria (e quindi incompatibile con il principio della certezza del diritto) la risposta da dare al cittadino europeo che richiede l’accesso a un documento o a una informazione data.

Detto questo il regime generale del Regolamento 1049/01 contiene anche una corposa eccezione costitutita dall’art. 9 (8) che prevede un regime specifico per i cosiddetti  “documenti sensibili” intesi come “…quei documenti provenienti dalle istituzioni o dalle agenzie da loro istituite, da Stati membri, paesi terzi o organismi internazionali, classificati come “CONFIDENTIAL”, “SECRET” e” TOP SECRET” (9) in virtù delle disposizioni dell’istituzione interessata che proteggono interessi essenziali dell’Unione europea o di uno o più Stati membri nei settori di cui all’articolo 4, paragrafo 1, lettera a),(10) e in particolare, negli ambiti della sicurezza pubblica, della difesa e delle questioni militari.”.

Il regime dell’art. 9 é evidentemente una “lex specialis” in quanto si applica solo al settore delle relazioni estere e di difesa (all’epoca denominato “secondo pilastro”) ma é anche un regime giuridicamente lacunoso perché perché pur facendo riferimento a diversi livelli di classificazione e alla nozione di “interessi essenziali” dell’Unione non ne definisce i principi di riferimento e indica in modo sommario le procedure di trattamento dei documenti “sensibili” (contrariamente a quanto richiesto dall’art. 255 TCE e oggi dall’art. 15 TFUE). Il legislatore abdica quindi di fatto alla propria funzione limitandosi a rinviare “alle disposizioni dell’istituzione interessata” la definizione di questi aspetti essenziali per la disciplina del segreto, come se si trattasse di aspetti “organizzativi” interni e non di questioni in certi casi di portata costituzionale.

Nel 2001 la giustificazione ufficiale del ricorso a questa “scorciatoia” fu l’approssimarsi della scadenza fissata dal Trattato per l’adozione del regolamento. La ragione vera fu l’impossibilità di raggiungere un accordo tra Parlamento europeo e Consiglio sulla ripresa formale nel corpo del regolamento di standard di trattamento delle informazioni classificate comparabili con gli standard NATO. Grazie tuttavia all’art. 9 e al suo rinvio ai regolamenti interni delle istituzioni, quanto non era potuto entrare dalla porta rientrava dalla finestra visto che ancor prima della pubblicazione del Regolamento 1049/01 il Consiglio e la Commissione riprendevano pari pari gli standard NATO (11) ivi compresa la disposizione che richiede il consenso dell’autore  per  la declassificazione di un documento “sensibile”(12).

In questo modo non solo gli standard NATO sono quindi divenuti di fatto gli standard di riferimento per le informazioni classificate UE (13), anche se  (per ora) limitate alle  politiche esterne e di difesa, ma si é reinstaurato se non di diritto almeno di fatto il regime pre-Maastricht  tanto per i cittadini che per le istituzioni quali il Parlamento europeo o la Corte di Giustizia.

Sul piano formale si potrà quindi invocare il diritto di accesso ai documenti classificati ma sarà molto facile per le istituzioni detentrici rifiutare invocando la non compatibilità con gli standard NATO dei regolamenti di sicurezza interni (14) o ancora più semplicemente invocando il rifiuto di un paese terzo autore (o co-autore) alla trasmissione del documento in questione.

Così sulla base di un regime giuridicamente traballante sono ormai decine gli accordi conclusi con paesi terzi dal Consiglio e dalla Commissione (15) o recentemente anche da agenzie dell’Unione come Europol o Eurojust o Frontex  (quindi anche al di fuori del cosiddetto “secondo pilastro”) in base ai quali l’istituzione e/o l’agenzia pur negoziando a nome dell’ “Unione europea” (16)  riconosce a un paese terzo il diritto di opporsi all’accesso non solo da parte dei cittadini europei ma anche dello  stesso Parlamento europeo o della Corte di Giustizia.

Ci si può quindi legittimamente chiedere quanto, dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona questa situazione sia compatibile con un ordinamento europeo che si vuole fondato sul principio della democrazia rappresentativa  (17) i diritti fondamentali e di cittadinanza (18). La questione diviene poi tanto più urgente visto il passaggio al regime legislativo ordinario e al (quasi) pieno controllo della Corte, di settori sensibili come quelli della cooperazione di polizia, della sicurezza interna o della stessa “intelligence” (che ricorrono ormai sempre più spesso alla classificazione tipo NATO) (19).

In assenza di regime legale più coerente a livello europeo in materia di trasparenza e classificazione delle informazioni i rischi di abusi o di “policy laundering” diventano troppo gravi e si rischia il ripetersi di situazioni per le quali informazioni scomode nell’ambito delle politiche estere e di difesa (Capitolo 2 del Trattato UE) una volta coperte dalla classificazione EU siano tenute nascoste non solo al Parlamento europeo per le motivazioni sopraindicate ma anche agli stessi parlamenti nazionali in quanto coperte dal “segreto” europeo (che sul piano nazionale equivale al “segreto” posto da un paese terzo).

Nel settore delle politiche di sicurezza e difesa (già “secondo pilastro”) rischierebbe quindi di venire a mancare il sistema efficace di contrappesi che dovrebbe caratterizzare ogni sistema democratico e si rafforzerebbe sotto la copertura formale dell’Unione europea un “executive privilege” che non si sognerebbe di avere neppure il Presidente degli Stati Uniti.

La situazione é per fortuna meno rischiosa negli altri ambiti di competenza dell’Unione quale, per esempio, quello degli accordi internazionali che richiedano la ratifica del Parlamento europeo. In questi casi é lo stesso Trattato che prevede (art. 218 par. 10 TFUE) che il Parlamento sia informato in modo “completo e tempestivo” durante ogni fase dei negoziati il che dovrebbe togliere alla Commissione (che negozia i Trattati) ed al Consiglio (che li conclude) la possibilità di invocare pretesti scuse per non rivelare informazioni anche quando queste siano coperte da un livello di classificazione elevato o, persino, in presenza del rifiuto dello stato terzo “autore”  (o “co-autore”) dell’informazione classificata.

Non a caso il Parlamento europeo ha fatto riferimento a questa disposizione in occasione dei negoziati sugli accordi SWIFT, sull’accordo ACTA e sull’adesione UE alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo ma, come era da aspettarselo l’iniziativa parlamentare non ha mancato di creare un certo sconcerto da parte del Consiglio e della Commissione che si sono probabilmente resi conto della difficoltà di mantenere due regimi diversi e contradditori in materia di trattamento delle informazioni classificate a seconda che i negoziati internazionali vengano condotti sulla base dell’art. 218 del TFUE o delle competenze in materia di politica estera e di difesa (che si fondano sull’art. 9 del Regolamento 1049/01 e/o sul potere di organizzazione interna del Consiglio, della Commissione e delle Agenzie di sicurezza). Se infatti é in teoria possibile anche se difficile in seno all’Unione europea tracciare una linea di demarcazione tra questi due tipi di accordi e quindi di regimi giurdici, diventa una “probatio diabolica” spiegare a un paese terzo quando per esempio informazioni relative alla lotta al terrorismo rilevano del regime ordinario (art. 218 TFUE) o diquello speciale (art. 9 Regolamento 1049/01).

Per correre ai ripari si stanno quindi rinegoziando ora gli accordi interistituzionali in materia di accesso del Parlamento europeo alle informazioni classificate. Un primo progetto di accordo interistituzionale Parlamento Europeo -Commissione che copre anche al’accesso alle informazioni classificate sarà presto all’esame della Commissione Affari Costituzionali e un secondo si profila tra il Parlamento europeo e il Consiglio che modifichi l’accordo del 2002 in applicazione del Regolamento 1049/01 (20).

Il problema é che alcune formulazioni di questo ultimo accordo (non ancora ratificato) sembrano estendere la condizione del consenso preventivo dell’autore per la declassificazione di un documento (finora limitata alla politica estera e di difesa) a tutti i settori di competenza dell’Unione. Se questo fosse confermato in sede di conclusione dell’accordo il Parlamento rischierebbe di abdicare di fatto alle proprie prerogative (21) e all’esercizio di un diritto/dovere di esercitare il controllo democratico previsto dallo stesso trattato.

La questione non é ancora definita e messaggi contraddittori vengono anche dal lato dell’Alto Rappresentante che si appresta ad adottare una Dichiarazione a corredo della Decisione che fissa l’organizzazione e il funzionamento del servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) secondo la quale “ “.. I risultati dei negoziati in corso sull’accordo quadro tra il Parlamento europeo e la Commissione sui negoziati relativi agli accordi internazionali saranno applicati mutatis mutandis dall’Alto rappresentante per gli accordi che rientrano nel suo ambito di competenza, ove sia richiesta l’approvazione del Parlamento. Il Parlamento europeo, conformemente all’articolo 218, paragrafo 10, del TFUE, sarà immediatamente e pienamente informato in tutte le fasi della procedura, anche per gli accordi conclusi nell’ambito della PESC.

I segnali sembrano quindi ancora contraddittori e si vedrà solo nei prossimi mesi se le istituzioni saranno finalmente in grado di superare le attuali incongruenze e limiti del Regolamento 1049/01 pervenendo a una disciplina europea anche in materia di Segreto di stato o se, continuando a seguire strade giuridicamente e istituzionalmete confuse, apriranno la strada prima o poi all’ennesimo intervento chiarificatore della Corte di giustizia.

EDC

NOTE

(1) Vedi l’importante inchiesta del Washington Post sui possibili abusi nella classificazione dei documenti da part dell’amministrazione USA dall’11 settembre 2001 in poi.

(2) Vedi il dibattito in corso presso il COPASIR in merito alla revisione della legge italiana sui “servizi” e il trattamento del segreto di stato (L. 124/2007)

(3) Concetto puntigliosamente ripetuto in più occasioni dalla Corte Costituzionale tedesca (ancora nel 2009 con il famoso Lisbon Urteil) l’Unione non può darsi competenze diverse o più ampie di quelle che le hanno conferito i suoi Stati membri.

(4) Come previsto dalle Costituzioni degli Stati membri e dalla stessa CEDU.

(5) Una espressione ripresa dall’art. 207 del “vecchio” Trattato CE ma che il Consiglio ha sempre interpretato come le condizioni che consentano ai rappresentanti degli stati membri di cambiare in tutta   riservatezza le proprie posizioni negoziali in funzione delle esigenze del momento)

(6) Questo principio é stato confermato anche recentemente dalla Corte di Giustizia nella Causa Causa C‑64/05 P Regno di Svezia contro Commissione delle Comunità europee  (vedi  http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:62005J0064:IT:HTML )

(7) Nel caso di uno stato membro potrebbe essere la pretesa di vedere applicato il proprio regime nazionale e nel caso di un paese terzo si potrebbe trattare di esigenze specifiche in quel dato momento

(8) Vedi in:  http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2001:145:0043:0048:IT:PDF

(9) Stranamente la versione Italiana del Regolamento 1049/01 si limita a citare solo la categoria dei documenti “confidenziali”.

(10) Si tratta “…della tutela dell”interesse pubblico, in ordine:— alla sicurezza pubblica, — alla difesa e alle questioni militari, — alle relazioni internazionali, — alla politica finanziaria, monetaria o economica della Comunità o di uno Stato membro;”

(11) Vedi la Decisione del Consiglio 2001/264/EC del 19  Marzo 2001 che adotta il regolamento di sicurezza interno  GUCE n°101, del 11.04.2001 modificata da ultimo in relazione all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.

(12) Per sovrappiù il considerando 15 del Regolamento invitava gli Stati membri a rispettare in nome del principio di cooperazione leale le classificazioni stabilite dalle istituzioni europee cosi da evitare “fughe” di sicurezza a livello nazionale “Il presente regolamento non si prefigge di modificare le normative nazionali in materia di accesso ai documenti. Tuttavia, è evidente che in virtù del principio di cooperazione leale nelle relazioni tra le istituzioni e gli Stati membri, questi dovranno fare in modo di non pregiudicare la corretta applicazione del presente regolamento e di rispettare le norme di sicurezza delle istituzioni.”

(13) European Classified Informations  (EUCI)

(14) Difficoltà ancora  superabile  quando le persone che richiedano l’accesso dispongano della “clearance” richiesta dagli standard NATO. Ma anche in presenza di una “clearance” adeguata é possibile equiparare un deputato europeo a un funzionario ministeriale ? Quando l’informazione sia  classificata in modo abusivo o peggio riveli comportamenti che violano i diritti fondamentali o i principi dell’ordinamento si può richiedere al deputato europeo di mantenere il segreto diventando moralmente e politicamente corresponsabile del fatto in questione? A parere dello scrivente non si possono ignorare in queste situazioni la  particolare natura e missione costituzionale di un Parlamento o di una Corte di giustizia.

(15) Si veda da ultimo ad esempio l’accordo con  l’ACCORDO tra l’Unione europea e il Principato del Liechtenstein sulle procedure di sicurezza per lo scambio di informazioni classificate http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2010:187:0002:0004:IT:PDF

(16) Recita l’art. 3 dell’accordo sopracitato “Le istituzioni e gli organi dell’UE cui si applica il presente accordo sono: il Consiglio europeo, il Consiglio dell’Unione europea (il «Consiglio»), il segretariato generale del Consiglio, l’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, il servizio europeo per l’azione esterna (in appresso «SEAE») e la Commissione europea. Ai fini del presente accordo tali istituzioni e organi sono denominate «l’UE».”

(17) Artt. 9-12 del TUE e in particolare art. 10

(18) Artt.18-24 TFUE

(19) Vedi per esempio il regime di trattamento delle informazioni classificate previsto dalla Decisione del Consiglio che istituisce Europol http://eur-lex.europa.eu/JOHtml.do?uri=OJ:L:2009:121:SOM:EN:HTML e le misure di applicazione relative allo scambio con  paesi terzi : http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2009:325:0006:0011:EN:PDF. Queste disposizioni, entrate in vigore il primo gennaio del 2010 sono da considerare ancora sotto il regime precedente l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona e cio’ in virtù delle disposizioni transitorie previste dal Protocollo n° 36.

(20) Il testo dell’accordo interistiutzionale PE- Consiglio é accessibile qui:  http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:C:2002:298:0001:0003:IT:PDF

(21) Certo si tratterebbe solo di una abdicazione di fatto visto che ovviamente  un accordo interistituzionale non può di per sé modificare una situazione giuridica definita da un  trattato ma il segnale é preoccupante come lo é  la situazione di stallo in cui si trova la revisione del Regolamento 1049/01 e il vuoto giuridico che si é venuto a creare per le istituzioni (Consiglio europeo compreso)  agenzie ed organismi che dopo Lisbona avrebbero dovuto definire le proprie norme in materia di trasparenza/confidenzialità sulla base di principi ancora di là da venire.

(22) Si veda in particolare le dichiarazione dell’Alto Rappresentante Catherine Ashton  :http://register.consilium.europa.eu/pdf/it/10/st12/st12401-ad01.it10.pdf ) secondo la quale tra l’altro “.. I risultati dei negoziati in corso sull’accordo quadro tra il Parlamento europeo e la Commissione sui negoziati relativi agli accordi internazionali saranno applicati mutatis mutandis dall’Alto rappresentante per gli accordi che rientrano nel suo ambito di competenza, ove sia richiesta l’approvazione del Parlamento. Il Parlamento europeo, conformemente all’articolo 218, paragrafo 10, del TFUE, sarà immediatamente e pienamente informato in tutte le fasi della procedura, anche per gli accordi conclusi nell’ambito della PESC. (…) 4. Sarà mantenuto l’attuale sistema di fornitura di informazioni confidenziali sulle missioni e le operazioni della PSDC (attraverso il Comitato speciale PESD del PE previsto nell’AII del 2002). Su richiesta del presidente dell’AFET e, se necessario, del presidente del PE, l’Alto  rappresentante può altresì autorizzare l’accesso a altri documenti nell’ambito della PESC in caso di necessità a altri deputati che, per quanto riguarda i documenti classificati, siano debitamente autorizzati conformemente alle regole applicabili, quando tale accesso sia necessario per l’esercizio delle loro funzioni istituzionali. In tale contesto l’Alto rappresentante procederà alla revisione e, qualora necessario, proporrà l’adeguamento delle disposizioni vigenti sull’accesso dei deputati al Parlamento europeo a informazioni e documenti classificati nell’area della sicurezza e della difesa (PESD, AII 2002). In attesa di tale adeguamento, l’Alto rappresentante adotterà una decisione sulle misure transitorie che ritenga necessarie per facilitare l’accesso alle informazioni summenzionate ai deputati che abbiano ricevuto la debita designazione e notifica, che esercitino funzioni istituzionali…”

Accordi di riammissione dell’UE con paesi terzi: effettivo rispetto dei diritti umani?

Uno dei dibattiti principali concernenti l’Unione europea (UE) ruota attorno alla questione inerente il livello di supranazionalità o intergovernatementalismo del processo decisionale delle politiche europee. Le politiche inerenti all amigrazione sono state tradizionalmente collegate alla seconda logica, quella intergovernamentale; però, a partire dall’entrata in vigore del Trattato di Amsterdam (1999) è innegabile un lento spostamento da un approccio intergovernamentale ad una cooperazione più comunitaria.

Questo passaggio di sovranità è evidente in relazione agli accordi di riammissione con paesi terzi, l’ultimo di quali è quello con il Pakistan che è stato votato dalla Commissione LIBE il 13 luglio 2010. Vedendo l’abbondare di questi tipi di accordi viene naturale domandarsi se tale cooperazione sia veramente il risultato di un mero calcolo costo-benefici dove i benefici derivanti da una maggiore cooperazione superano I costi derivanti da una eventuale esclusione, o piuttosto sono il risultato di un processo di integrazione che riduce progressivamente la capacità degli stati membri di agire indipendentemente?

Il processo di integrazione europea nel campo della migrazione non è così communitarizato come sembra dal punto di vista istituzionale. Gli stati membri cooperano spesso per circoscrivere le norme di diritto internazionale relative al rispetto dei diritti umani che limitano fortemente la loro possibilità di poter attuare politiche restrittive nel settore della migrazione. La limitata capacità negoziale dell’UE nel campo degli accordi di riammissione ha visto l’introduzione di una serie di misure di compensazione, come facilitazione per ottenere il visto. Però, questa clausola non fa parte di tutti gli accordi di riammissione. Infatti, dai recenti dibattiti all’interno della Commissione LIBE sugli accordi con il Pakistan sembra che quest’ultimi non prevdeano tale misura.

Al contrario i paesi dei Balcani occidentali hanno sempre avuto questa clausola negli accordi di riammissione con l’UE. Il fatto che i regimi di facilitazione dei visti vengano usati in modo ineguale pone alcune domande sulla misura in cui l’UE divida I paesi terzi tra bona fide (che si meritano le facilitazioni) e mala fide (che non meritano le facilitazioni) e le conseguenze che tale divisione possa avere sul rispetto dei diritti degli individui. I programmi di facilitazioni dei visti che prevedono l’introduzione dei passaporti biometrici per i cittadini di paesi terzi aumenta fortemente il potere dell’UE di controllare i movimenti degli individui dei paesi terzi così da facilitare le espulsioni quando la nazionalità non può essere determinata.

Accordi già in vigore con la clausola di facilitazione dei visti

Albania: Le negoziazioni sono durate dal 2003 al 2005 e l’accordo è stato firmato nel 2004

Bosnia e Herzegovina:  Le negoziazioni sono durate dal 2006 al 2007 e l’accordo è stato firmato il 1 gennaio 2008

Fyrom:  Le negoziazioni sono durate dal 2006 al 2007 e l’accordo è stato firmato il 1 gennaio 2008

Moldova:  Le negoziazioni sono durate dal 2007 al 2007 e l’accordo è stato firmato il 1 gennaio 2008

Montenegro:  Le negoziazioni sono durate dal 2006 al 2007 e l’accordo è stato firmato il 1 gennaio 2008

Ucraina:  Le negoziazioni sono durate dal 2002 al 2007 e l’accordo è stato firmato il 1 gennaio 2008

Russia: Le negoziazioni sono durate dal 2003 al 2006 e l’accordo è stato firmato nel 2007

Serbia:  Le negoziazioni sono durate dal 2006 al 2007 e l’accordo è stato firmato il 1 gennaio 2008

Accordi in vigore senza facilitazioni di visti

Hong Kong: Le negoziazioni sono durate dal 2001 al 2003 e l’accordo è stato firmato nel 2004

Macao: Le negoziazioni sono durate dal 2001 al 2003 e l’accordo è stato firmato nel 2004

Sri Lanka: Le negoziazioni sono durate dal 2001 al 2004 e l’accordo è stato firmato nel 2005

Pakistan: Dopo 10 anni di negoziazioni (2000-2010) la Commissione LIBE ha votato favorevolmente la relazione il 13 luglio 2010.

Attuali negoziazioni con la clausola di facilitazione dei visti

Georgia Le negoziazioni con la Georgia si sono concluse in un anno (2009 -2010). L’accordo prevede facilitazioni dei visti e sta ora aspettando la firma del Consiglio

Vedere anche in inglese: http://www.statewatch.org/analyses/no-17-readmission.pdf

Leda Bargiotti

Verso un sistema comune d’asilo europeo?

La creazione di un’area comune di protezione e solidarietà che si basa su una procedura comune di richiesta d’asilo e su uno status uniforme a coloro cui è stata garantita protezione internazionale rimane uno dei primi obiettivi dell’UE. A seguito della prima fase di attuazione, la Commissione europea ha presentato (tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009) una serie di proposte per il “recasting”  degli strumenti legislativi esistenti così come per la creazione di un Ufficio europeo di supporto in materia di asilo (EASO), richiesto dal Consiglio nel Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo. Queste proposte hanno l’obiettivo di cominciare la seconda fase della politica europea in materia di asilo con l’obiettivo più generale di creare un sistema europeo comune di asilo.

Il Parlamento europeo, nel suo pieno ruolo di co-legislatore assieme al Consiglio nella procedura legislative ordinaria, ha pronunciato la sua opinione su tali proposte in prima lettura il 7 maggio 2009, esprimendo un giudizio comprensivamente positivo.

Queste proposte risalgono all’ottobre 2009, quando la Commissione aveva presentato i due più recenti “recasting” della Direttiva concernenti rispettivamente gli standard procedurali minimi per garantire a ritirare lo status di rifugiato e gli standard minimi per la qualificazione allo status di rifugiato e lo status di protezione internazionale.

La Commissione del Parlamento europeo, libertà civili giustizia e affair interni  (LIBE) ha nominato come relatori le parlamentari Sylvie Guillaume e Jean Lambert. Il primo dibattito si è tenuto il 16 marzo 2010.

A seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona che ha dotato il Parlamento con nuove responsabilità in questo campo, la Commissione LIBE a richiesto al centro di studi Odysseus (la rete accademica per gli studi legali nel campo dell’immigrazione e asilo) di condurre uno studio inerente alla “creazione di un ufficio europeo di supporto in material di asilo – assieme allo studio relativo all’attuazione degli strumenti già esistenti e nuove proposte per un nuovo sistema”.

Alcuni dei risultati più importanti di tale studio (che è disponibile da maggio 2010) sono stati presentati durante il seminario organizzato dalla Commissione LIBE il 26 aprile 2010. Il dibattito, lontano dal voler entrare nel dettaglio delle questioni oggetto dello studio, si è concentrato su una serie di misure trasversali di particolare rilevanza per gli strumenti legislativi attualmente in fase negoziale. In particolare essi riguardano:

  1. Principi generali del diritto europeo come linee guida per la definizione della garanzie procedurali per i richiedenti asilo
  2. Fiducia tra gli stati membri sui reciproci sistemi di asilo
  3. Detenzione dei richiedenti asilo: distinzione tra detenzione e restrizione alla libertà di movimento
  4. Identificazione dei richiedenti asilo con bisogni speciali
  5. Responsabilità nei confronti dei richiedenti asilo quando l’UE e gli stati membri agiscono fuori dal loro territorio
  6. 6. Allineamento della protezione sussidiaria e delle eccezioni con il diritto internazionale così come allineamento delle pratiche degli stati membri ai diritti riconosciuti ai rifugiati
  7. Sviluppo di un sistema europeo comune d’asilo coerente: accesso alla Convenzione di Ginevra, rinforzamento dei poteri dell’ufficio di supporto o creazione di una corte europea specializzata sul diritto d’asilo

1. Principi generali del diritto europeo come linee guida per la definizione della garanzie procedurali per I richiedenti asilo

Il divieto di “refoulement” è una pietra miliare del diritto internazionale relativo ai rifugiati e richiedenti asilo. In base a questo principio gli stati sono obbligati a non “mandare indietro” nel una persona nel suo paese di origine o in nessuna altro paese dove essa/esso sia a rischio di maltrattamenti e violazione dei suoi diritti umani.

Gli strumenti attuali, come la Convenzione di Ginevra e protocollo, le raccomandazioni dell’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (United Nations High Commissioner for Refugees -UNHCR), la Convenzione europea sui diritti umani, non stabiliscono alcune garanzie procedurali a livello europeo per i richiedenti asilo.

Al fine di stabilire quali siano queste garanzie comuni, è stato suggerito di far riferimento alle sentenze generali della corte europea di giustizia (CEG) così come ai principi generali stabiliti e trasporli nelle salvaguardie procedurali. Questi poi potrebbero formare un catalogo che permetterebbe di correggere I difetti della direttiva e far riferimento alla proposta della Commissione.

I due esempi concreti al diritto all’aiuto legale e al diritto al ricorso aiutano a spiegare tale approccio

Diritto all’aiuto legale

L’aiuto legale ai richiedenti asilo dovrebbe essere obbligatorio e dovrebbe essere appropriato alle necessità di coloro che ne hanno bisogno. Al fine di definire cosa significhi “appropriato” è utile far riferimento a ciò che la giurisprudenza ha stabilito a riguardo, vale a dire che quando un  individuo è vulnerabile è desiderabile che venga garantito accesso gratuito all’assistenza legale .

Più in dettaglio, il diritto ad avere accesso all’aiuto legale dovrebbe essere determinato sulla base di due criteri:

  • Più l’utente è debole e
  • Più elevata è la natura del diritto a rischio

= più alta la protezione.

Diritto al ricorso

Il diritto al ricorso da parte dei richiedenti asilo dovrebbe prevedere la possibilità di sospendere la rimozione degli individui che hanno fatto ricorso.

A tal proposito le nuove proposte -al momento in fase di negoziazione- sono state oggetto di una serie di emendamenti preparati dal Parlamento europeo tesi a rafforzare i diritti dei richiedenti asilo, in particolare assicurando che ricevano assistenza legale gratuita e migliorando le condizioni di trasferimento dei richiedenti asilo da uno stato membro all’altro.

2. Fiducia tra gli stati membri sui reciproci sistemi di asilo

Il concetto di fiducia reciproca implica che i richiedenti asilo trasferiti sulla base del regolamento del Consiglio europeo (che stabilisce i criteri e meccanismi che determinano lo stato membro responsabile per l’esame della domanda d’asilo fatta in uno degli stati membri dal richiedente asilo -Regolamento di Dublino), non siano soggetti a trattamenti inumani ed ingiusti e che tale provvedimento sia in conformità con il principio di non refoulement.

E’ per questa ragione che è appropriato parlare di una fiducia di tipo qualificato piuttosto che assoluto tra gli stati membri. A tal riguardo, dato che tutti gli stati membri hanno ratificato la convenzione di Ginevra e la Convenzione europea dei diritti umani si assume che gli aderenti rispettino gli obblighi stabiliti da tali strumenti di diritto. Perciò gli stati membri dovrebbero essere nella posizione di poter mettere in questione il regolamento di Dublino e non trasferire i richiedenti asilo quando insorgano dubbi sul rispetto del principio di non refoulement.

Questa rappresenta una garanzia fondamentale per le persone poiché il livello di rispetto dei diritti umani varia largamente tra gli stati membri. Tant’è che una relazione dell’ UNHCR ha concluso che non tutti gli stati membri sono in linea con il livello di rispetto dei diritti umani stabilito a livello internazionale.

La clausola di sovranità però non è di per sé sufficiente a garantire salvaguardie effettive ed adeguate ai richiedenti asilo. Salvaguardie aggiuntive sono necessarie ed ecco perché le proposte della Commissione sono benvenute.

3. Detenzione dei richiedenti asilo

La detenzione dei richiedenti asilo è in principio ammissibile in quanto strumento teso alla prevenzione di ingressi non autorizzati su territorio europeo.

Gli stati membri posseggono una discrezione molto ampia nel decidere se detenere potenziali immigrati.

Nella decisione della Corte europea dei diritti umani (ECtHR) caso Saadi (Art. 5 para. 1(f)), l’ECHR non proibisce la detenzione dei richiedenti asilo al fine di prevenire ingressi non autorizzati, anche se la detenzione non è necessaria in un caso individuale.  La detenzione però, è soggetta al principio di proporzionalità che proibisce la detenzione arbitraria ed eccessivamente lunga.

In base al diritto europeo, i richiedenti asilo non possono essere detenuti per il solo fatto che hanno completato la domanda d’asilo e la detenzione non deve impedire di poter richiedere la protezione internazionale. Infatti, tali richieste dovrebbero essere analizzate prioritariamente. Lo stesso principio si può trovare nella Direttiva sulle condizioni di ricezione (Art. 14 para 8).

La detenzione dei richiedenti asilo è sempre usata non solo a seguito del rifiuto di domanda d’asilo ma anche al momento d’arrivo di un individuo.  Questa misura contribuisce ad offuscare la distinzione tra rifugiato e immigrato non regolare nella percezione pubblica così come nella gestione delle politiche pubbliche. Quindi la sua legittimità dovrebbe essere valutata sopratutto in relazione al rischio di violazione dei diritti umani.

La detenzione è divenuta una misura di prevenzione alla immigrazione “irregolare”, dove la strategia di controllo sta prendendo il sopravvento sulle esigenze di rifugiati e richiedenti asilo. Questo fenomeno solleva questioni umanitarie così come questioni di carattere legale ed è per questo che la detenzione come strategia di deterrenza per prevenire l’abuso del sistema d’asilo non può essere giustificata.

In conclusione, la detenzione dovrebbe essere utilizzata solamente in casi eccezionali. Purtroppo, le pratiche degli stati europei indicano un ampio raggio di approcci alla detenzione che non sempre assicura il pieno rispetto dei diritti fondamentali dei richiedenti asilo. Le proposte in fase di negoziazione dovrebbero perciò tenere in considerazione la proporzionalità di tali misure vis à vis il rischio di violazione dei diritti umani.

4. Identificazione di richiedenti asilo con bisogni speciali

L’unico strumento legislativo che contenga degli obblighi per gli stati membri si trova nell’articolo 17 della direttiva ricezione. Uno studio condotto dalla rete Odysseus nel 2007 ha concluso che la maggioranza degli stati membri non ha trasposto la direttiva in modo corretto e in alcuni casi non è stata semplicemente trasposta.

Questo è dovuto principalmente al fatto che l’articolo 17 non richiede in modo esplicito, dal punto di vista giuridico, una procedura che deve essere attuata per identificare coloro che tra i richiedenti asilo hanno necessità speciali.

Il sistema si basa sull’identificazione di queste persone e perciò I progressi per ciò che riguarda l’identificazione delle persone in bisogno può avvenire o:

  • Obbligando gli stati membri a mettere in piedi procedure di identificazione di bisogni speciali (es. Attraverso controlli medici, valutazioni sullo stato mentale della persona se in base a questo risultato la persona sia nelle condizioni d’essere trasferita) o
  • Obbligando le autorità attraverso regolamenti chiari, a contattare i richiedenti asilo, identificare coloro con bisogni particolari e poi provvedere a garantire delle condizioni di ricezioni appropriate.

La proposta della Commissione tocca questi aspetti, cercando di aumentare la certezza di tipo giuridico in questo campo. Il paragrafo 20 della proposta per una direttiva introduce un obbligo per lo stato membro di condurre identificazioni.

Nonostante ciò, il problema è il concetto generale. La Commissione non ha specificato che la vulnerabilità dovrebbe essere uno dei criteri per determinare la persona con bisogni speciali.

Quindi, anche se la seconda fase dello sviluppo del sistema d’asilo comune rappresenta un tentativo d’avere un approccio più trasversale, presenta dei forti elementi di debolezza per ciò che riguarda l’attuazione del provvedimento.

5. Responsabilità nei confronti dei richiedenti asilo quando l’UE e I suoi stati membri agiscono fuori dal loro territorio

La legislazione europea sia primaria che secondaria obbliga gli stati membri e l’UE a rispettare il principio di non refoulement così come i correlati diritti procedurali nei confronti dei richiedenti asilo anche quando agiscono al di fuori del territorio europeo.

Per ciò che riguarda il diritto primario, l’articolo 78 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE) fa riferimento al diritto internazionale ed inter alia alla Convenzione di Ginevra ed al principio di non refoulement.

Anche la giurisprudenza a livello nazionale e internazionale ha confermato che l’UE e gli Stati membri sono responsabili di tutti gli individui che cadono sotto la loro giurisdizione.

Appena un individuo entra in contatto con qualsiasi autorità europea, in territorio europeo o al di fuori d’esso, le medesime autorità sono responsabili nei confronti degli individui quando tale contato comporta un’attività che coinvolge l’esercizio di giurisdizione. Le autorità europee devono chiede il rispetto della normativa internazionale dei diritti umani e dei diritti dei rifugiati.

Anche se non esiste ancora giurisprudenza della CGE per il momento, questo aspetto viene toccato dalla giurisprudenza nel settore della competizione e della libertà di movimento.

La Carta europea dei diritti fondamentali, nell’articolo 18 contiene dei riferimenti agli obblighi derivanti dal diritto internazionale. Inoltre, l’articolo 51 della Carta non tiene in considerazione il territorio ma solo le autorità responsabili.

Anche la legislazione europea di tipo secondario stabilisce tali obblighi:

La direttiva sulle norme minime per le procedure applicate negli Stati membri al fine del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato (Art. 21 para. 1 Direttiva 2004/83/EC): copre sia i rifugiati che la protezione di carattere sussidiario in linea con la Carta europea dei diritti fondamentali .

La direttiva sulla procedura d’asilo (Art. 3 para. 1): gli stati membri sono obbligati ad accettare ed esaminare le richieste di protezione internazionale fatte sul loro territorio, incluse quelle fatte in zona di frontiera e di transito.

Il Schengen Borders Code (Art.3): I controlli all’ingresso devono essere attuati “senza danneggiare […] I diritti dei rifugiati o di coloro che richiedono protezione internazionale”. In particolare per ciò che riguarda il principio di non-refoulement esso non include un diritto generale di ammissione, in pratica significa che gli stati membri sono obbligati a permettere una ammissione temporanea con lo scopo di verificare il bisogno di protezione e lo status della persona.

L’attuale revisione del mandato di Frontex rappresenta una buona opportunità per chiarire tali responsabilità. E’ stato dimostrato che Frontex è infatti responsabile nei confronti dei richiedenti asilo quando porta Avanti delle operazioni al di fuori del territorio europeo. Non è vero che Frontex sia solo responsabile dell’aspetto logistico delle operazioni. Frontex è responsabile di condurre le sue attività nel pieno rispetto del diritti umani, incluso il principio di non refoulement.

Perciò il nuovo mandato deve dare all’UNHCR la partecipazione alle attività di tipo operazionale di Frontex al fine di avere una supervisione effettiva e trasparente dell’agenzia ed assicurare che non avvengano violazioni dei diritti umani.

6. Allineamento della protezione sussidiaria e delle eccezioni con il diritto internazionale così come allineamento  delle pratiche degli stati membri ai diritti riconosciuti ai rifugiati

La direttiva UE sulla definizione dei rifugiati e protezione sussidiaria (Direttiva qualifica UE) ha stabilito per la prima volta un obbligo per gli stati membri di garantire la protezione sussidiaria alle persone che non hanno accesso allo status di rifugiati, ma sono lo stesso in bisogno di protezione internazionale.

Quindi, la protezione sussidiaria è garantita in alcuni paesi quando l’espulsione dallo stato membro sarebbe in conflitto per esempio con l’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani, dati che tale atto potrebbe sottoporre la persona espulsa a trattamenti degradanti ed inumani.

L’attuale portata della direttiva qualifica è limitata a causa del suo uso delle forme di protezione sussidiaria che non permette una definizione ampia per garantire tale protezione.

L’attuazione di varie soluzioni a questo problema è risultata nell’emersione di pratiche che garantiscono status diversi di protezione, come “status B”, “protezione sussidiaria”, de facto status” e “status umanitario”.

Non esiste alcun documento internazionale che contenga una lista delle persone che possono ottenere la protezione internazionale, ma la direttiva qualifica da tre categorie d’individui a cui può essere riconosciuta tale protezione:

– per ragioni inerenti alla pena di morte o esecuzione

– tortura o trattamenti inumani o degradanti o punizioni;

– minacce serie alla vita a causa di violenza indiscriminata in situazioni di conflitti armati internazionali o interni che impediscono alla persona di non avere accesso ad alcuna protezione nel paese in cui dovrebbe essere rispedita la persona.

Nonostante ciò non ci sono provvedimenti che regolino i casi in cui una persona a cui è stata rifiutata la protezione sussidiaria per aver commesso un crimine serio, sia incapace o non voglia tornare nel paese d’origine perché rischia di essere torturata.

La modifica della direttiva dovrebbe occuparsi di questo aspetto così come delle questioni relative alla riunificazione famigliare, che non viene toccata dall’attuale direttiva.

7. Sviluppo di un sistema europeo comune d’asilo: adesione alla Convenzione di Ginevra, rinforzamento dei poteri dell’ufficio di supporto o creazione di una corte d’asilo europea

Lo sviluppo di un sistema europeo d’asilo coerente può avvenire o riformando la struttura attuale o stabilendo una struttura completamente nuova.

Dato che l’esperienza insegna che azioni rivoluzionarie sono difficili da attuare, è probabilmente più realistico modificare il sistema esistente della politiche europee d’asilo.

L’UE ha già messo in piedi una serie di strumenti tesi a dare una serie di garanzie e diritti ai richiedenti asilo. Il problema è che non hanno necessariamente l’effetto legale desiderato.

Ad esempio, il principio di uguaglianza è al meglio relativo nel diritto d’asilo.

Quindi è necessario esplorare differenti opzioni per sviluppare un sistema coerente.

Adesione alla Convenzione di Ginevra

L’adesione alla Convenzione di Ginevra potrebbe essere fattibile. Però essa va moto più lontano della legislazione europea per ciò che riguarda I diritti riconosciuti ai richiedenti asilo. Quindi, l’UE e gli stati membri in questo caso devono allineare I loro sistemi agli standard internazionali.

L’ufficio europeo di supporto in tema d’asilo

Al momento è troppo presto per prevedere quale direzione prenderà l’ufficio europeo di supporto in tema d’asilo. Le sue attività e sviluppi sono però già stati criticati. Nonostante ciò, è necessario supportare le sue attività perché al fine di migliorare il sistema d’asilo europeo è necessario avere un’idea chiara delle tendenze e flussi migratori.

Quindi, il Parlamento europeo ha pensato, attraverso I suoi emendamenti di chiarire il ruolo dell’ufficio nei settori della raccolta, gestione e analisi dei dati, in particolare per ciò che riguarda li paesi di origine, con lo scopo di stabilire dei criteri comuni, chiarire la cooperazione con l’UNHCR e ONG e stabilire regole più chiare per lo spiegamento delle squadre di supporto.

La corte europea d’asilo

Questi emendamenti però non sono sufficienti per sviluppare un sistema d’asilo comune coerente. Al fine di raggiungere una reale protezione dei diritti fondamentali piuttosto che una semplice gestione delle politiche europee nel settore dell’asilo, è necessario eliminare le divergenze che esistono nelle legislazioni sia europee che nazionali.

Quindi da un lato l’ufficio europeo deve stabilire ulteriori obblighi agli stati membri al fine di garantire la corretta trasposizione dei principi stabiliti dal diritto europeo. Dall’altro lato è necessario creare una corte europea specializzata nel diritto d’asilo.

Quest’ultimo suggerimento è poco realistico a causa degli ostacoli presenti nel Trattato di Lisbona così come a causa della gelosia della CGE.

In conclusione, nel contesto di uno spazio unico dove la libertà di movimento è uno dei capisaldi dell’Unione europea, è paradossale e controproducente che esitano ancora dei sistemi d’asilo a mosaico che differiscono da stato a stato. Le proposte della Commissione per emendare il regolamento di Dubilno, Eurodac, la direttiva ricezione e direttiva qualifica rappresentano un miglioramento rispetto alla situazione attuale. Infatti, molte debolezze ed incongruenze del sistema attuale sono state indirizzate. Però questo non significa che le proposte attuali rappresentino la miglior soluzione. Tant’è che esistono ancora molti spetti che devono essere risolti, come è stato sottolineato.

E’ vero che l’UE sta creando un sistema d’asilo più forte, in linea con gli standard internazionali. Però il sistema d’asilo si applica nel momento in cui l’individuo raggiunge il territorio europeo. Quindi, la protezione è subordinata alle politiche di ammissione in base al diritto di immigrazione che in generale racchiude una serie di clausole che obbligano le persone con bisogno di protezione internazionale di far ricorso a mezzi illegali di migrazione.

Quindi l’UE e gli stati membri saranno capaci di sviluppare una politica d’asilo coerente ed efficace solo se stabiliscono un approccio coerente tra le politiche di immigrazione, asilo e controllo delle frontiere tese al rispetto e promozione dei diritti umani quando agiscono all’interno e fuori dal territorio europeo.

Leda Bargiotti

Operazioni frontiere marittime esterne UE con Frontex: verso una maggior tutela dei diritti umani?

Una analisi precedente fatta in questo blog aveva spiegato le ragioni per cui il Parlamento europeo avrebbe potuto sollevare obiezioni di tipo procedurale alla modifica del Codice Frontiere Schengen proposta dalla Commissione europea.

Così è stato, ed infatti la Commissaria Cecila Malmström aveva espresso forti preoccupazioni sulla posizione contraria della commissione libertà civili, giustizia e sicurezza ribadendo la correttezza della base legale usata.

L’integrazione al Codice Frontiere Schengen alla fine è stata approvata dal Consiglio  a causa del fatto che in plenaria (27 marzo 2010) il Parlamento europeo non ha raggiunto la maggioranza necessaria per approvare la mozione di risoluzione contraria a tale misura.

Nonostante ciò, il servizio legale del Parlamento europeo, consultato una seconda volta sulla medesima questione procedurale ha ribadito il fatto che la base legale utilizzata per approvare tale modifica -che permette la procedura abbreviata definita di comitologia- non è corretta in quanto essa va a modificare importanti aspetti del contenuto del Codice Frontiere Schengen.

La Commissione LIBE perciò porterà tale decisione di fronte alla Corte europea di Giustizia, contestando la misura dal punto di vista procedurale e non del contenuto. Chiederà però di mantenere in vigore il Codice Frontiere Schengen così come modificato fintanto che una nuova misura non sarà entrata in vigore.

In realtà la questione procedurale sollevata nasconde resistenze sul contenuto della Decisione. Tale riserbo proviene da quegli stati membri i cui confini esterni marittimi sono attraversati da un numero maggiore di immigrati rispetto ad altri stati membri e che per questioni di forza maggiore sono gli stati che più probabilmente ospiteranno le operazioni di salvataggio oggetto della misura.

A dimostrazione di ciò, il fatto che Malta ha immediatamente ritirato la sua disponibilità ad ospitare operazione coordinate da Frontex in futuro.

La parte incriminata della Decisione Del Consiglio del 26 aprile 2010 che integra il Codice Frontiere Schengen è soprattutto la seconda perché prevede:

1.            Situazioni di ricerca e soccorso

1.2.            Nel corso dell’operazione di sorveglianza delle frontiere, in caso di dubbio o timore sulla sicurezza di una nave o sull’incolumità di una persona a bordo, l’unità partecipante trasmette senza indugio tutte le informazioni disponibili al centro di coordinamento del soccorso competente per la regione di ricerca e soccorso in cui si è verificata la situazione.

Qualora il centro di coordinamento del soccorso del paese terzo competente per la regione di ricerca e soccorso non risponda alla notifica trasmessa dall’unità partecipante, questa dovrebbe contattare il centro di coordinamento del soccorso dello Stato membro ospitante.

2.            Sbarco

2.1. Il piano operativo dovrebbe indicare le modalità di sbarco delle persone intercettate o soccorse,in conformità del diritto internazionale e degli eventuali accordi bilaterali applicabili. Il piano operativo non impone obblighi agli Stati membri che non partecipano all’operazione. Fatta salva la responsabilità del centro di coordinamento del soccorso e a meno che non sia diversamente indicato nel piano operativo, dovrebbe essere privilegiato lo sbarco nel paese terzo da cui è partita la nave che trasporta le persone interessate o dalle cui acque territoriali o regione di ricerca e soccorso tale nave è transitata e, qualora ciò non sia possibile, dovrebbe essere privilegiato lo sbarco nello Stato membro ospitante a meno che sia necessario agire diversamente per garantire l’incolumità di tali persone.

Legato a tali linee guida c’è il fatto che al momento sono in corso i negoziati per la modifica del mandato Frontex  e che il relatore nominato per seguire tale dossier è Simon Busuttil (PPE, Malta).

LB

Testo integrale

Body Scanner: una soluzione efficace per dare una maggiore sicurezza percepita piuttosto che reale?

Molti paesi in tutto il mondo hanno già installato o stanno per installare body scanner negli aeroporti, incluso l’aeroporto  internazionale di Amsterdam Schiphol.

Molti politici provenienti da entrambe le parti dell’Atlantico vi si sono recati al fine di valutare sino a che punto tali provvedimenti siano proporzionali ed aumentino in modo reale la sicurezza negli aeroporti.

La tecnologia impiegata a Schiphol è stata accolta favorevolmente da diversi legislatori che hanno visitato l’aeroporto di persona. Per esempio, i tre senatori statunitensi Collins, Kyl e Chambliss hanno lodato i vantaggi della tecnologia usata in Schiphol in una lettera indirizzata al segretario del Department of Homeland Security Napolitano, sollecitando la presa in considerazione di tale teconologia negli aeroporti statunitensi.

Preoccupazioni sulla salute

La tecnologia impiegata dai body scanner nell’aeroporto di Amsterdam si basa sulle onde millimetriche ad alta frequenza senza l’uso di radiazioni ionizate. Tali frequenze sono appena sotto il livello della correlata “radiazione Terahertz ” (o “T-ray”) .

Mentre il digital journal riporta che l’ Health Canada considera che i body scanner siano sicuri,  il UK Health and Safety Executive ritiene che non esistano ancora prove sufficienti per garantire che l’esposizione alla radiazione Terahertz non abbia conseguenze sulla salute delle persone che vi si sottopongono. Tale punto di vista è ulteriormente condiviso da un progetto europeo in questo settore.

Perciò, la questione relativa agli effetti che i body scanner hanno sulla salute delle persone rimane tutt’altro che risolta e  richiede ulteriori studi.

Privacy

Per ciò che riguarda la privacy, i body scanner possono vedere attraverso gli indumenti dei passeggeri rivelando anche informazioni di natura delicata (trapianti, piercing…).

La lettera dei tre senatori però spiega che questo aspetto negativo possa essere ridotto attraverso l’uso di computer che possono identificare eventuali oggetti sospetti:

“l’identificazione da parte di computer permettere di individuare oggetti potenzialmente pericolosi evidenziando le parti della persona che li nascondono, in una sagoma stilizzata che non permette il riconoscimento della persona. Se il computer non riscontra alcun problema, l’immagine viene cancellata immediatamente. L’esame automatico svolto da un computer invece che da un ufficiale risolve i problemi relativi alla privacy “ (traduzione non ufficiale).

Anche se tale opzione sicuramente rappresenta un miglioramento rispetto al sistema precedente, non risolve di certo i problemi di privacy che i passeggeri si trovano a dover fronteggiare.

Specialmente se aggiunti al fatto che non esiste alcuna sicurezza sul fatto che le immagini vengano cancellate immediatamente anche se i produttori dei body scanner insistono sul fatto che i body scanner in commercio non abbiano la possibilità di salvare tali immagini.

Infine, queste macchine non hanno la capacità di identificare oggetti dentro il corpo.

Quindi, ancora una volta l’equilibrio tra efficacia e limitazione di diritti fondamentali come quello alla privacy non è dimostrato e perciò l’uso di body scanner negli aeroporti sembra più una misura per dare la percezione di una sicurezza maggiore piuttosto che un reale aumento della medesima.

LB

La sorveglianza dei confini esterni marittimi attraverso Frontex: La Commissione LIBE si oppone alla decisione della Commissione europea

La Commissione libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) si è opposta (12 a favore e 25 contro) alla Proposta per una decisone del Consiglio che integra il Codice Frontiere Schengen approvando la conseguente proposta per una soluzione nel contesto della cooperazione operazionale coordinata da Frontex.

L’Unione europea non ha una base legale che regola il controllo delle frontiere esterne marittime, le quali sono quindi regolate dal diritto internazionale. L’unico strumento che fornisce delle linee guida in rispetto alla sorveglianza dei confini esterni marittimi dell’area Schengen è il Codice comunitario relativo al regime di attraversamento delle frontiere da parte delle persone (Codice Frontiere Schengen) (entrato in vigore il 13 ottobre 2006).

Il Codice Frontiere Schengen non include un regolamento completo sul controllo delle frontiere marittime e questo crea molti problemi quando gli Stati membri sono coinvolti in operazioni via mare e soprattutto quando si tratta di portare avanti operazioni di salvataggio.

Quindi, il novembre scorso la Commissione ha suggerito di integrare il Codice Frontiere Schengen con le norme internazionali applicabili nel contesto del salvataggio via mare e lo sbarco degli individui nei porti sicuri. Al fine di garantire un trattamento giusto e equo a livello europeo durante tali operazioni, il coordinamento dovrebbe essere svolto da Frontex.

La base legale

La Commissione europea ha presentato e modificato il testo sotto forma di una proposta per una decisione del Consiglio che integra il Codice Frontiere Schengen in relazione alla sorveglianza delle frontiere esterne marittime coordinate da Frontex in base all’Articolo 5 a (4) (a) Decisione del Consiglio 1999/468/EC (comitologia).

Questa interpretazione permette una procedura legislativa più veloce rispetto a quella che dovrebbe essere seguita nel caso in cui tali cambiamenti modifichino in modo sostanziale il contenuto del Codice Frontiere Schengen.

Il Consiglio europeo ha seguito tale procedura approvando a maggioranza qualificata il 25 gennaio 2010 (con l’astensione di Malta e Italia), il progetto di decisione dividendolo in due parti:

1) regole per operazioni via mare coordinate dall’agenzia e

2) linee guida per la ricerca e salvataggio e sbarco nel contesto delle operazioni coordinate da Frontex.

Tale progetto è stato poi sottoposto al vaglio del Parlamento europeo, in particolare alla Commissione LIBE.

La risposta della LIBE

Base legale sbagliata

La maggioranza dei membri della LIBE ritiene che i cambiamenti apportati dalla Commissione modificano in modo sostanziale il contenuto del Codice Schengen e perciò la base legale del progetto di decisione non è corretta.

Il servizio giuridico del Parlamento europeo ha rilasciato una sua opinione a riguardo il 4 marzo 2010 concludendo che:

a) le misure proposte eccedono lo scopo dell’articolo 12(5) del Codice Schengen dato che non costituiscono “misure addizionali che governano il controllo (delle frontiere)” in generale. Bensì esse fanno riferimento a regole specifiche sul rafforzamento delle frontiere e /o rifiuto di ingresso alle frontiere esterne marittime, la cui adozione è limitata dalla legislazione in base all’articolo 18 del Codice Schengen. Le stesse conclusioni possono essere applicate mutatis mutandis al progetto relativo alle misure di ricerca, salvataggio e sbarco (traduzione non ufficiale);

b) gli obiettivi presentati dalla proposta della Commissione possono essere raggiunti solo attraverso l’adozione di uno strumento legislativo o attraverso l’emendamento del Codice Schengen o degli allegati.

In base alla maggioranza dei membri della LIBE, accettare tale progetto di decisione stabilirebbe un precedente pericoloso sulla base del quale la Commissione europea potrebbe in futuro presentare misure che eccedono i propri poteri.

Misure non vincolanti

Tale posizione non rappresenta un’opinione contraria sul contenuto e obiettivo della proposta. Al contrario. I membri della LIBE, considerano fondamentale la creazione di misure che regolino l’assistenza e il salvataggio in mare.

Quello che hanno contestato è il valore non vincolante delle linee guida, considerando come necessaria l’introduzione di una proposta legislativa con valore vincolante, o:

attraverso emendamenti alla

Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica del regolamento (CE) n. 2007/2004 del Consiglio che istituisce un’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea (Frontex)

o attraverso la emendamenti al Codice Schengen o indie attraverso una nuova proposta.

La risposta della Commissione

La base legale è corretta

Di fronte a tale premesse il Commissario Cecilia Malmström ha inviato una lettera alla Commissione LIBE ribadendo che tale progetto d decisione rientra a pieno nei poteri conferiti alla Commissione in base all’articolo 12(5) del Codice Schengen e che l’opinione del servizio giuridico del Parlamento europeo si basa sull’incomprensione della distinzione tra controllo di frontiera e vigilanza di frontiera.

La lettera spiega che lo scopo dell’iniziativa si limita allo stabilimento di regole che riguardano la condotta della sorveglianza delle frontiere nel contesto delle operazioni coordinate da Frontex,  perciò la proposta di decisione è in linea con l’articolo 12 (5) che infatti prevede la possibilità di introdurre misure  sulla base della comitologia.

Inoltre, durante il dibatto, la Commissione ha sottolineato che l’unica entità competente a decidere sulla correttezza della base legale è la Corte europea di giustizia mentre il ruolo del Parlamento è quello di prendere delle decisioni sulla base della valutazione politica.

Le linee guida hanno una natura vincolante

La Commissione europea ha anche sottolineato che il principio di non-refoulement è pienamente applicabile dato che le linee guida hanno valore vincolante.

Una minoranza dei Membri della LIBE a sostegno della proposta della Commissione, incluso il relatore (che si è ritirato da questa nomina) ha presentato una diversa argomentazione a supporto della posizione della Commissione.  E’ stato sottolineato che tale approvazione non creerà nessun tipo di precedente e che rifiutando tale proposta il Parlamento da maggior valore ad un aspetto tecnico di tipo legale invece che a quello umanitario. Parafrasando le parole del relatore Cashman, tale decisione avrebbe permesso l’approvazione rapida di misure che avrebbero obbligato gli Stati membri a sottostare a regole di assistenza e salvataggio quando coinvolti in operazioni di sorveglianza in mare.

Conclusione

La mozione di risoluzione del Parlamento non ha raggiunto la maggioranza necessaria in plenaria.

Tali proposte potrebbero ora far parte del dibattito sulla modifica del mandato Frontex al momento in fase di negoziazione al Consiglio europeo.

LB

La libertà su Internet a rischio di limitazione

La libertà di navigazione su internet è sempre più a rischio come dimostrano i tre seguenti esempi: le negoziazioni segrete sull’accordo ACTA, la condanna dei tre impiegati di Google da parte di un giudice italiano e il nuovo approccio di Google in relazione alla Cina.

A seguito del dibattito tenutosi in seno alla piattaforma digitale del Parlamento europeo il 24 marzo 2010, e lontano dall’entrare nel merito dei casi specifici, questi esempi rappresentano degli ottimi punti di partenza per fare alcune riflessioni sul significato della libertà di navigazione su internet come fondamentale aspetto per la piena realizzazione del diritto alla libertà di espressione.

In primo luogo, il principio di responsabilità verrà analizzato, poi verranno illustrati il criterio di “scala commerciale” seguito da una analisi di alcune delle sanzioni previste  per limitare l’accesso ad internet.

Il principio di responsabilità

Il principio di responsabilità è fondamentale per capire cosa c’è in ballo quando si ha a che fare con provvedimenti che limitano la libertà di navigazione su internet, quindi è indispensabile capire cosa significa.

Tale principio può essere applicato in modo restrittivo sistema di responsabilità in senso stretto)  o in modo più leggero (sistema di responsabilità con colpevolezza) e può essere applicato ad individui e compagnie che hanno un contatto  diretto con il contenuto del materiale messo on line (vincolato da diritti d’autore, di carattere dannoso o diffamatorio). Inoltre può essere riferito a intermediari come le compagnie che forniscono il servizio internet Internet Service Providers –ISP-).

Questa analisi si occuperà principalmente su quest’ultimi, anche se farà riferimento anche ai primi quando verrà investigato il principio di “scala commerciale”.

Un sistema di responsabilità in senso stretto prevede la possibilità di ritenere responsabile un ISP a prescindere dalla sua conoscenza e controllo sul contenuto del materiale disseminato attraverso le sue strutture. Questo sistema può essere stabilito indirettamente attraverso la creazione di un obbligo di monitoraggio sul contenuto del materiale suddetto da parte di attori privati.

Al contrario, un sistema di responsabilità con colpevolezza prevede che gli ISP siano ritenuti responsabili solo se violano intenzionalmente i diritti  altrui, o perché conoscono il contenuto del materiale o perché hanno ricevuto dei suggerimenti sull’esistenza di materiale il colui contenuto viola I diritti di un altro individuo/entità.

A livello europeo, il provvedimento pertinente è la Direttiva 2000/31/EC relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno («Direttiva sul commercio elettronico») che negli articoli 12-15 non stabilisce un principio generale di responsabilità applicabile agli ISP. Invece, prevede un regime di esenzione dal principio di responsabilità.

Questo significa che nel caso in cui ISP forniscono un determinato servizio (come mero mezzo di conduzione, caching, hosting) e soddisfano certi criteri, non verranno ritenuti responsabili per il servizio fornito. Tale limite si applica solo in relazione a responsabilità relativa a danni perché gli ultimi paragrafi degli articoli 12, 13 e 14 della Direttiva stabiliscono che gli Stati membri hanno il diritto di richiedere agli ISP di porre fine o prevenire violazioni conosciute.

A seguito della condanna dei tre impiegati di Google da parte di un giudice italiano, alcune domande sono state sollevate sulla misura in cui gli ISP possono essere considerati responsabili del contenuto del materiale distribuito attraverso il loro servizio. A tal proposito, Mark Rotenberg ha giustamente spiegato che bisogna  distinguere tra la responsabilità sul contenuto e modalità attraverso cui si beneficia del contenuto del materiale.

Quindi, anche se gli ISP non sono responsabili del contenuto in quanto tale essi possono essere considerati responsabili se lo usano per trarne profitto.

Il criterio della scala commerciale

In base allo European Data Protection Supervisor sulle negoziazioni su ACTA “(…) la scala commerciale parte della direttiva IPRE è un elemento appropriato per stabilire I limiti relativi al controllo e rispetto il principio di proporzionalità”

Quindi, in base all’EDPS, le sanzioni possono essere inflitte nel caso in cui le presunte violazioni implicano una scala commerciale.

Questo criterio però, può portare a qualsiasi tipo di interpretazione ed è troppo vago per giustificare sanzioni, sopratutto quando esse non sono solo di natura civile ma anche penale.

Quindi se tale accordo verrà concluso, il criterio dell’ “intento commerciale” sembra più appropriato per limitare la portata delle sanzioni, come sottolineato da Zimmermann durante la piattaforma digitale di cui sopra.

Inoltre, non è stato ancora dimostrato che la condivisione dei file (file sharing) danneggia dal punto di vita commerciale gli interessi dei proprietari dei diritti d’autore. Come sottolinea la relazione gallo del Parlamento europeo, questa presupposizione si basa su  dati inconsistenti,  incompleti, insufficienti e disparati.

Sanzioni

Nonostante questi aspetti, gli Stati membri  hanno già (Francia) o stanno per (Regno Unito) attuare dei provvedimenti tesi a sospendere o bloccare l’uso di internet di coloro che violano I diritti d’autore.

Anche l’accordo ACTA contiene tale opzione anche se il Commissario europeo  De Gucht ha affermato che la regola della risposta graduale (three strikes) non è obbligatoria in Europa.  Ha inoltre aggiunto che diversi paesi europei hanno diverse regole a proposito e che l’Unione europea vuole mantenere tale flessibilità  sempre nel pieno rispetto dei diritti fondamentali e libertà civili degli individui.  Egli ha anche affermato che l’UE non accetterà il fatto che ACTA possa creare l’obbligo di disconnettere le persone da internet a causa di documenti scaricati illegalmente.

Negare l’accesso ad internet rappresenta una violazione dei diritti fondamentali e delle libertà individuali e come tale non può essere tollerata. Come la relazione Gallo e l’EDPS ricordano dei provvedimenti etesi a proteggere  la proprietà intellettuale esistono già nella Direttiva 2004/48/EC e dato che dal punto di vista della protezione dei diritti  la loro inefficacia non è ancora stata dimostrata devono essere considerati come valide alternative alla proibizione all’accesso di internet.

In conclusione, usando le parole della  decisione n. 2009/580 (EN) del Consiglio Costituzionale francese:

“La libera comunicazione di idee e opinioni è uno dei più preziosi diritti dell’uomo. Ogni cittadino può perciò parlare, scrivere e pubblicare liberamente, eccetto quando tale libertà è usato in modo incorretto in base ai casi previsti per legge. “  Nella situazione attuale dei mezzi di comunicazione e visto lo sviluppo generalizzato della comunicazione on line e l’importanze che tali servizi hanno per la partecipazione in una società democratica e per l’espressione di idee e opinioni, tale diritto implica la libertà d’accesso a tali servizi”. (traduzione non ufficiale).

LB

Diritto all’interpretazione e alla traduzione: la Commissione presenta la prima proposta legislativa UE e la Commissione LIBE presenta i suoi emendamenti

La Commissione libertà civili, giustizia e affair interni del Parlamento europeo (LIBE) ha discusso il progetto di relazione sulla direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sul diritto all’interpretazione e alla traduzione nei procedimenti penali. Presentato dalla relatrice Sarah Ludford il 17 marzo 2010, è una iniziativa presentata da 13 stati membri.

L’obiettivo della Direttiva

Questa è la prima di una serie di provvedimenti volti a definire norme comuni nelle cause penali, al fine di aiutare i cittadini a far valere il diritto a un processo equo ovunque nell’Unione, anche quando non conoscono la lingua del procedimento.

Gli altri provvedimenti adottati dalla tabella di marcia sui diritti procedurali includono:

  • informazione sui propri diritti e sulle accuse (estate 2010);
  • consulenza legale prima e nel corso del processo e assistenza legale;
  • diritto del detenuto di comunicare con familiari, datori di lavoro e autorità consolari;
  • protezione degli indagati vulnerabili.

In particolare questa direttiva obbliga gli Stati membri a garantire che qualsiasi persona indagata o imputata in un procedimento penale, che non comprende la lingua utilizzata in questo contesto, debba essere assistita da un interprete durante l’intero procedimento. Ciò è indispensabile per consentire all’imputato di conoscere le accuse che gli vengono mosse e seguire il corso del procedimento.

Questo approccio graduale non è la soluzione che il parlamento europeo preferisce, infatti esso aveva già supportato una iniziativa molto più ampia nel 2007. Però le negoziazioni fallirono e dopo un secondo sfortunato tentativo di stabilire questi provvedimenti, la relatrice ha ritenuto opportuno emendare l’iniziativa più ridimensionata presentata da 13 Stati membri, al fine di raggiungere un accordo il più possibile rapido con la Commissione ed il Consiglio.

Gli emendamenti

1)   riferimento alla Carta europea dei diritti fondamentali e alla Convenzione europea dei diritti umani

2)   spiegare che il diritto in oggetto si applica non solo dal momento che viene notificato dalle autorità ma da quando ha il sospetto o viene al corrente d’essere indagato;

3)   far si che tale diritto copra tutte le fasi del procedimento inclusi, sentenza, appello e detenzione sino a quando il procedimento viene concluso,

4)   Specificare che l’indagato venga notificato in forma scritta,

5)   fornire supporto non solo a coloro che hanno difficoltà di tipo linguistico ma anche a coloro che hanno difficoltà fisiche o mentali

6)   specificare che il diritto all’interpretazione vale anche per le comunicazioni con l’avvocato e le traduzioni del servizio legale;

7)   identificare il diritto d avere tradotto il materiale scritto  e che quest’ultimo includa tutti I documenti del caso

8)   Includere meccanismi d’appello ad una autorità giudiziaria e anche meccanismi di denuncia

9)   aggiungere disposizioni sulla formazione e qualificazione e registrazione di interpreti e traduttori

10) aggiungere ulteriori salvaguardie: registrazione, tempo adeguato e servizi a disposizione, scadenze procedurali che tengano conto della tempistica per le traduzioni e interpretazioni.

La proposta del 9 marzo 2010 della Commissione prevede:

Ambito di applicazione

“L’ambito di applicazione comprende i procedimenti penali e i procedimenti di esecuzione del mandato di arresto europeo e interessa chiunque sia sottoposto a indagini per avere commesso un reato, fino alla conclusione del procedimento (comprese le impugnazioni). È importante che siano disciplinati i casi riguardanti il mandato di arresto europeo visto che la relativa decisione quadro tratta questi diritti solo in termini generali. In questo senso, la proposta rappresenta uno sviluppo ulteriore dell’articolo 5 CEDU

Diritto all’interpretazione

“Questo articolo sancisce il principio basilare secondo cui l’interpretazione deve essere fornita durante le indagini preliminari e nel corso del procedimento giudiziario, ossia durante gli interrogatori della polizia, nel corso del processo e in tutte le udienze interlocutorie e nei successivi gradi di giudizio. È quindi ricompresa l’interpretazione delle comunicazioni tra l’indagato o l’imputato e il suo difensore. Occorre predisporre un sistema volto a stabilire se la persona necessiti dell’assistenza di un interprete ovvero a consentirle di impugnare la decisione che dichiara superflua l’interpretazione o di contestarne la qualità.

Diritto alla traduzione dei documenti fondamentali

L’indagato ha diritto alla traduzione scritta dei documenti fondamentali al fine di salvaguardare l’equità del procedimento. Nella sentenza Kamasinski c. Austria17, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha statuito che il diritto all’interpretazione si applica al “materiale documentario” e che l’imputato deve avere una conoscenza sufficiente della causa intentata contro di lui affinché si possa difendere18. Tra i documenti fondamentali del procedimento penale rientra quindi l’atto contenente i capi d’imputazione e tutto il materiale documentario pertinente, ad esempio le dichiarazioni dei testimoni necessarie a comprendere “in modo dettagliato [la] natura e [i] motivi dell’accusa formulata a suo carico”, conformemente all’articolo 6, paragrafo 3, lettera a), CEDU. Occorre inoltre fornire la traduzione degli ordini di carcerazione e altro provvedimento che privi la persona della libertà, nonché della sentenza, necessaria per esercitare il diritto di appello (Protocollo 7 CEDU, articolo 2). In caso di documenti eccessivamente lunghi, la traduzione può limitarsi alle parti più rilevanti.

Qualità della traduzione e dell’interpretazione

L’articolo stabilisce i requisiti fondamentali per garantire la qualità dell’interpretazione e della traduzione. Nella relazione del Forum di riflessione sul multilinguismo e la formazione degli interpreti è possibile trovare raccomandazioni a questo riguardo

Clausola di non regressione

Finalità di questo articolo è assicurare che le norme minime comuni stabilite nella presente direttiva non comportino una diminuzione del livello di tutela assicurato da alcuni Stati membri, e che siano fatte salve le disposizioni della CEDU, della Carta dei diritti fondamentali e altre disposizioni pertinenti di diritto internazionale. Gli Stati membri restano liberi di definire norme che assicurino un livello di tutela più elevato rispetto alla presente direttiva.

Si può osservare che la proposta della Commissione riflette gli emendamenti della relatrice, al fine di garantire un livello di protezione elevato in linea con al convenzione europea dei diritti umani e della carta europea dei diritti fondamentali .

Vista la prossimità, anche se non equivalenza della proposta della Commissione con quella fatta dagli Stati membri, la Commissione ha suggerito al Parlamento di unire le due proposte in un unico testo.

La relatrice ha espresso la sua opinione contraria ed ha affermato che continuerà a basarsi sulla proposta degli Stati membri tendendo in considerazione la proposta della Commissione. La ragione principale sta nel fatto che seguendo tale approccio, vi sono probabilità maggiori che si possa arrivare ad un compromesso.

Il servizio giuridico del Parlamento europeo inoltre è dell’opinione che il Parlamento europeo ed il Consiglio debbano evitare d’adottare atti che non sono previsti dall’articolo 82 del TFUE, che rappresentano la base legale per la proposta di questa direttiva e non prevede la possibilità di adottare entrambe gli atti.

LB

Piano di lavoro della Commissione europea: 12 maggio – 30 luglio 2010

Riunione N.1917 12 Maggio 2010 (Bruxelles)

Relazione sugli sviluppi della Politica Europea di Vicinato e piano d’azione della Politica Europea di Vicinato

Riunione 1919 26 Maggio 2010 (Bruxelles)

Raccomandazione della Commissione al Consiglio per autorizzare l’apertura di negoziazioni con gli  USA sulla protezione dei dati e loro scambio

Riunione 1921 9 giugno 2010 (Bruxelles) – non ancora finalizzata

Riunione 1924 meeting 30 giugno 2010 (Bruxelles)

Comunicazione sulla politica europea dei diritti fondamentali – Una strategia per promuovere il rispetto dei diritti fondamentali

Direttiva sul diritto degli individui sospettati d’aver commesso atti illeciti di natura criminale ad essere informati sulle accuse mosse contro di loro

Riunione 1925 6 luglio 2010 (Strasburgo)

Comunicazione della Commissione al Consiglio e Parlamento europeo sulla gestione delle informazioni nello spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia

Comunicazione al parlamento europeo e al consiglio sulla valutazione delle misure prese in attuazione della strategia europea di anti terrorismo

Le negoziazioni su SWIFT rilanciate dalla Commissione europea

In un mondo ideale prima si creano le norme di principio generale e poi le si applicano a misure e accordi specifici.

Tale logica dovrebbe essere applicata anche alle negoziazioni in atto sul regime di protezione dati dove:

1) prima l’Unione europea crea delle norme di protezione dei dati sulla base dell’articolo 16 del Trattato dell’Unione europea,

2) in seguito essa conclude un accordo quadro che pone solide basi sulla protezione dei dati in un contesto transatlantico,

3) infine, e solo se considerato opportuno, l’Unione europea conclude un accordo (preferibilmente non di carattere esecutivo dato che esso non richiede la ratifica da parte del Congresso statunitense) sul trasferimento di dati bancari nell’ambito del programma di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi (TFTP).

Invece, come Jonathan Faull ha ricordato in più occasioni di fronte alla Commissione LIBE il 7 aprile 2010, non viviamo in un mondo ideale e perciò l’Unione europea sta procedendo esattamente al contrario: prima prevede di concludere un accordo con gli Stati Uniti d’America sul trasferimento dei dati di messaggistica finanziaria  e poi procederà alla conclusione di un accordo quadro generale sulla protezione dati. La conseguenza di tale approccio è che l’accordo concluso per ultimo non potrà far altro che formalizzare ciò che è diventato pratica con l’accordo precedente, anche a rischio di violazione di principi e valori della legislazione europea.

Il Collegio dei Commissari ha riaperto la procedura per un accordo EU-USA sul TFTP votando il testo per un nuovo mandato il 24 marzo 2010, con la speranza di concludere l’accordo entro giugno 2010.

Questo senza avere ancora un accordo quadro che regoli i principi guida sulla protezione dei dati tra l’UE e gli USA e nonostante il fatto che le negoziazioni per questo accordo siano cominciate ben prima di quelle relative all’accordo sul TFTP.

Alcuni membri della Commissione LIBE dal canto loro hanno espresso forti dubbi su alcuni aspetti relativi a tale accordo. Tra questi anche il Rapporteur, che ha ribadito alcuni aspetti già sollevati nella relazione precedente del Parlamento europeo:

Proporzionalità

I membri del Parlamento ritengono che ci sia ancora il rischio che la questione relativa al trasferimento in massa dei dati non venga affrontata in modo appropriato dal nuovo accordo. Sino ad ora infatti si pensava che SWIFT non avesse la capacità tecnica di selezionare dati individualmente e che potesse perciò solo trasferire dati in massa, incluse informazioni non necessarie al fine della lotta al terrorismo. Invece sembra che SWIFT possegga questa abilità , la qual cosa ridurrebbe il rischio di violare il principio di proporzionalità. Rimane da vedere se però SWIFT sia pronto a sostenere i costi che tale azione richiederebbe…

Violazione del principio che obbliga l’autorizzazione giudiziaria

Durante il dibattito in seno alla Commissione LIBE del 7 aprile, il Rapporteur ha chiesto alla Commissione quale opinione avesse sulla possibilità di basare l’accordo su un quadro legale diverso dalla mutua assistenza giudiziaria.

La ragione per cui alcuni attori possono essere interessati ad esplorare altre basi legali sta nella possibilità di eliminare l’obbligo di richiesta fatta ad una autorità giudiziaria responsabile per l’autorizzazione al trasferimento dei dati. Questo però potrebbe avere delle conseguenze molto gravi dal punto di vista dell’ammissibilità della richiesta dati e del controllo sul loro trasferimento. Infatti, sembra che per il momento questa possibilità sia stata esclusa.

Periodo archiviazione dati

Anche se il nuovo mandato limita l’archiviazione dei dati a cinque anni, alcuni parlamentari hanno sottolineato che questo lasso di tempo sia ancora troppo vasto, soprattutto perché riguarda anche i dati di persone presumibilmente innocenti. Da sottolineare che lo stesso periodo di archiviazione dei dati vale per gli accordi EU-USA sui PNR (vedi sopra).

Questi rappresentano solo alcuni degli elementi che sono stati sollevati dai parlamentari della Commissione LIBE il 7 aprile 2010 e che sono stati successivamente ripresi dalla relazione approvata in plenaria il 5 maggio 2010.

La Commissione europea dovrà tenerne conto in qualità di negoziatore (nel caso precedente, prima dell’entrata in vigore di Lisbona, era stato il Consiglio europeo il negoziatore con il supporto della Commissione). Inoltre, la Commissione deve anche tenere in conto il fatto che affinché l’accordo venga concluso deve ottenere il il consenso del Parlamento. A tal proposito deve anche rispettare il diritto di quest’ultimo ad essere pienamente informato durante ogni fase delle negoziazioni (articolo 218 del TFUE par 10).

Jonathan Faull ha ricordato che siamo ancora all’inizio del procedimento e che la Commissione ha già tenuto in conto il punto di vista del Parlamento inserendo nel testo del mandato una serie di misure suggerite dall’organo legislativo europeo:

  • salvaguardie maggiori dal uno della protezione dei dati personali,
  • diritto ad un risarcimento
  • diritto alla rettifica dei dati se sbagliati
  • maggior trasparenza
  • proibizione di data mining e
  • diritto di porre fine all’accordo nel caso in cui avvenga una violazione delle salvaguardie previste dal trattato.

Le ricerche attraverso SWIFT continuano

Tali salvaguardie pero’ potrebbero essere uno specchietto per le allodole, specialmente tenendo conto del fatto che nonostante il voto negativo del Parlamento europeo sul precedente accordo SWIFT, le ricerche e il trasferimento dei dati sono continuati, grazie ad un accordo bilaterale con il Belgio, la nazione dove risiede SWIFT.

Inoltre una serie di server su base Americana è ancora accessibile previo il mandato di una autorità giudiziaria del governo statunitense.

Dato che i server in Virgina gestiscono tutte le transazioni che avvengono tra i due continenti, inclusi i pagamenti intra-europei che effettuati in dollari, il voto negativo del Parlamento è almeno in parte scavalcato

L’articolo 218 del TFUE paragrafo 11 prevede la possibilità di richiedere un ‘opinione alla Corte europea di giustizia sull’accordo e sulla sua compatibilità con la legislazione europea, però al momento non esistono sufficienti basi su cui la Corte possa esprimere un’opinione.

I negoziati dunque continuano e solo più avanti si saprà se i negoziatori affronteranno gli aspetti summenzionati.

LB